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Un lago dove un tempo c'erano case

Estate 1953: i lavori per la costruzione della diga sono completati, il villaggio scomparirà presto sotto l'acqua. Keystone / Str

Cosa siamo pronti a sacrificare per produrre elettricità? Oggi il rischio di una crisi energetica rimette in discussione le norme sulla protezione dell'ambiente. In passato anche alcune aree abitate dovettero far posto a impianti idroelettrici.

Questo contenuto è stato pubblicato il 01 dicembre 2022 - 14:17
Andrea Tognina, album fotografico: Ester Unterfinger

"Qui ha lavorato il nonno Silvio!". La frase ricorreva spesso, nella mia infanzia, quando con qualche membro della famiglia transitavamo in automobile da Marmorera, nei Grigioni.

Contadino di montagna con prole numerosa, all'inizio degli anni 1950 il nonno aveva trovato un'opportunità temporanea di lavoro nel cantiere della diga sul passo del Giulia, la prima grande diga di terra in Europa.

Alla frase sul nonno, seguiva spesso un silenzio imbarazzato, poi il discorso finiva per cadere sugli abitanti del villaggio, "povera gente" che aveva dovuto abbandonare le proprie case per far posto al lago artificiale.

"Sacrificati al grande Moloch"

Fin dal Medioevo, gli abitanti di Marmorera avevano trovato una fonte accessoria di reddito nella gestione del traffico di transito sul passo del Giulia. "L'apertura della galleria ferroviaria dell'Albula nel 1903 mise però in crisi il settore locale dei trasporti", ricorda lo storico Sebastian De Pretto.

Colpito da un forte spopolamento e da gravi difficoltà finanziarie, il Comune di Marmorera approvò nel 1948 a larga maggioranza la concessione per la costruzione di un bacino idroelettrico a favore dell'azienda elettrica zurighese (EWZ).

Negli anni successivi, i quasi cento abitanti del villaggio lasciarono le loro case. Gli ultimi edifici vennero abbattuti nel 1954, prima che le acque del nuovo lago sommergessero ciò che ne rimaneva. Un nuovo villaggio sorse più in alto, ma molte persone abbandonarono definitivamente la regione.

Sebastian De Pretto è research fellow presso l'Istituto di cultura delle AlpiLink esterno dell'Università di Lucerna. Da gennaio sarà affiliato alla sezione per la storia economica, sociale e dell'ambienteLink esterno dell'università di Berna con un progetto di ricerca dal titolo "Dighe e politica di reinsediamento dopo il 1918 – tra partecipazione e emarginazione di società periferiche".

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La difficile situazione economica del comune ostacolò la nascita di un movimento di opposizione al progetto. Non mancarono tuttavia voci di dissenso. "Agl grond Moloch, Turitg, sacrifitgeschas / l'istorgia, igl lungatg, la tradiziun!" (Al grande Moloch Zurigo sacrifichi / la storia, la lingua, la tradizione), scrisse il padre cappuccino e poeta Alexander Lozza, originario di Marmorera.

La città di Zurigo, che nel secondo dopoguerra aveva urgente bisogno di assicurarsi nuove fonti di energia, adottò una strategia molto efficace per ottenere il sostegno del Comune grigionese, nota De Pretto: "I suoi agenti stipularono prima della votazione nell'assemblea comunale contratti preliminari di compravendita con buona parte proprietari terrieri di Marmorera, assicurandosi il loro appoggio."

Non solo Marmorera

L'impianto idroelettrico di Marmorera non fu l'unico che comportò un trasferimento di popolazione. La vicenda forse più nota nell'arco alpino, anche grazie all'immagine del campanile di Curon che sorge dall'acqua, è quella del lago di Resia, in Val Venosta (Italia), realizzato pochi anni prima del lago di Marmorera, con la partecipazione determinante di capitali svizzeri.

In Svizzera, il primo impianto idroelettrico che causò l'allagamento di aree abitate fu la centrale di Eglisau-Glattfelden, nel Canton Zurigo. Lo sbarramento del Reno rese inabitabile buona parte del villaggio di Oberriet; circa 80 persone dovettero lasciare fra il 1915 e il 1920 le loro case.

Nel Canton Svitto un decennio più tardi (1932-1937) si concretizzò il progetto del lago della SihlLink esterno, il più grande lago artificiale del paese, costruito dalle Etzelwerke AG, una società creata dalle Ferrovie federali svizzere (FFS) e dalle Forze motrici della Svizzera nordorientale (NOK).

Il progetto, la cui prima concessione risaliva alla fine del XIX secolo, coinvolgeva oltre 900 ettari di superficie produttiva e centinaia di aziende agricole. Circa 500 persone dovettero abbandonare l'area inondata; solo una piccola parte rimase nella regione. 

Il progetto della Sihl era nato in relazione all'elettrificazione della rete ferroviaria elvetica, un obiettivo che aveva assunto valenza strategica durante la Prima guerra mondiale. In casi del genere, l'interesse nazionale prevaleva sugli interessi locali anche in virtù della legge federale sull'utilizzazione delle forze idriche del 1916, che conferiva alla Confederazione la facoltà di utilizzare corsi d'acqua per adempiere i suoi compiti.

Rapporti subalterni

Nel secondo dopoguerra, la fame di energia innescata dal boom economico riservò la stessa sorte di Marmorera anche ad altri insediamenti. È il caso dell'insediamento di GöscheneralpLink esterno, nel Canton Uri, abitato da una settantina di persone, che fu ricoperto nel 1962 dal lago omonimo. Anche in questo progetto erano coinvolte le FFS.

Quasi tutti i progetti che comportarono un reinsediamento della popolazione si confrontarono con qualche forma di malcontento e di resistenza. Anche quando non si opposero direttamente ai progetti, comunità ed enti locali s'impegnarono con tenacia per ricevere risarcimenti e compensazioni per i beni perduti.

Tuttavia, nonostante gli indennizzi e i tentativi di ricollocare parte degli abitanti nelle vicinanze, molte persone lasciarono definitivamente le regioni interessate. L'impatto emotivo della distruzione di case abitate da generazioni, talvolta abbattute con l'esplosivo, comportò traumi e lacerazioni.

In definitiva, per quanto vi fossero spazi di mediazione, operazioni di questo genere avvenivano sempre in un quadro di "rapporti subalterni e divari di potere", nota Sebastian De Pretto.

"Non ce ne andiamo!"

In alcuni casi però l'opposizione da parte della popolazione locale riuscì a prevalere. È il caso degli impianti idroelettrici della Valle d'OrseraLink esterno, nel Canton Uri.

Presentato per la prima volta nel 1920 e riformulato durante la seconda guerra mondiale, in risposta al drammatico aumento dei consumi di elettricità dovuti alle difficoltà di rifornimento di carbone, il progetto prevedeva la costruzione di un lago artificiale che avrebbe coinvolto l'intera alta valle, compresi i villaggi di Realp, Hospental e Andermatt.

Si trattava di un impianto di dimensioni inedite in Svizzera, con una produzione annuale prevista di quasi 3000 GWh. Il gigantismo fu probabilmente la ragione prima del suo fallimento. L'intera corporazione comunale della Valle d'Orsera si schierò contro il progetto, riconoscendosi nello slogan "Non negoziamo, non vendiamo, non ce ne andiamo!"

Dopo innumerevoli discussioni e un'insurrezione popolare ad Andermatt nel 1946, il progetto fu definitivamente abbandonato nel 1951. A parziale compensazione fu costruito il lago di Göscheneralp. Una vicenda analoga riguardò negli stessi anni il RheinwaldLink esterno, nei Grigioni.

Le condizioni della resistenza

A differenza per esempio dell'Italia o in Francia, dove a concedere i diritti di sfruttamento è lo Stato centrale, in Svizzera spetta ai cantoni stabilire l'ente concessionario. "In Ticino le concessioni per lo sfruttamento idroelettrico sono attribuite dal Cantone, i comuni non hanno molto da dire", ricorda De Pretto. "Nei Grigioni la decisione spetta invece ai comuni, mentre a Uri è di competenza del Cantone e delle corporazioni: Nel Canton Svitto decidono anche i distretti".

Se la situazione giuridica concedeva scarsi spazi di manovra alle comunità della Val Venosta interessate dalla costruzione lago di Resia, il federalismo svizzero favorì in alcuni casi i movimenti di opposizione.

"Le condizioni erano tuttavia di volta in volta diverse", rileva De Pretto. "Se nel caso di Marmorera Comune e Cantone si espressero a favore del progetto, in quello del Rheinwald i comuni più toccati dal previsto bacino artificiale vi si opposero strenuamente. Alla fine anche il Cantone si schierò dalla loro parte. Il progetto della Val d'Orsera fu osteggiato sia dalla corporazione comunale, sia dal cantone."

Ma oggi sarebbe ancora pensabile che un'area abitata in Svizzera sia sacrificata per la produzione di energia? "È piuttosto improbabile. Oggi le possibilità di comunicazione delle regioni periferiche sono più ampie, la mobilitazione contro un simile progetto sarebbe molto più facile", sostiene De Pretto. "Inoltre i dibattiti pubblici sull'energia sono oggi marcati dalla consapevolezza dell'importanza ecologica dello spazio alpino. Negli anni Cinquanta il discorso dominante era quello della crescita economica."

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