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Tacchino svizzero: diseredato della distribuzione

Gli svizzeri non sono abbastanza ghiotti di tacchino per assicurare il futuro della produzione indigena Keystone

Migros vuole sbarazzarsi della carne di tacchino indigeno. Questo la dice lunga sulle difficoltà di un'agricoltura svizzera i cui costi di produzione sono tutto tranne che concorrenziali.

Questo contenuto è stato pubblicato il 13 luglio 2006 - 10:21

La decisione del leader del commercio al dettaglio è motivata da considerazioni di redditività. E provoca una levata di scudi.

Per l'agricoltura svizzera è passato il tempo delle vacche grasse. Oggi ha di fronte la dura realtà della ristrutturazione. Con, tra le altre ipotesi, la prospettiva della diversificazione.

Era stato proprio il miraggio della diversificazione a spingere una cinquantina di allevatori, appoggiati dai distributori, a puntare sulla carne di tacchino già a partire dai primi anni Novanta - principalmente nei cantoni di Vaud e Friburgo.

Ma quello che funziona in America non va necessariamente bene in Svizzera. E Migros, che ci aveva creduto, si trova ora costretta a prendere atto della recalcitranza dei consumatori, spiega il capo marketing di Micarna, il comparto carne di Migros. «La massa critica non è mai stata raggiunta. Migros tratta 60'000 polli al giorno ma appena 350'000 tacchini in un anno», spiega Patrick Wilhem.

Un mercato che cambia

«Come impresa, abbiamo il dovere di assicurare posti di lavoro in un mercato in totale mutamento», puntualizza Wilhem. «Non ci possiamo permettere che altri settori sostengano una produzione che non riscuote l'interesse auspicato».

La maggior parte dei distributori lo ha già fatto da tempo, ora anche il leader del commercio al dettaglio elvetico ha deciso di scommettere sulle meno care Francia, Germania e Ungheria. E di liberarsi da giugno 2007 di una produzione locale gravata da un doppio handicap.

In primo luogo, i costi di produzione (in maniera particolare il costo del foraggio) rendono la carne di tacchino indigena da 2 a 3 volte più cara. Inoltre da qui al 2007 il sistema di importazione sarà del tutto cambiato.

Settore in liquidazione

Finora, solo chi abbatteva pollame svizzero era poi autorizzato ad importarne da altri paesi. Una parte del guadagno permetteva di coprire la differenza di prezzo tra i volatili svizzeri, più costosi, e quelli europei.

Ma d'ora in poi, il tacchino svizzero perderà questo sostegno: i quantitativi di importazione saranno stabiliti attraverso un sistema di aste.

Il vicepresidente dell'Unione svizzera dei contadini (USC), John Dupraz, ritiene che la decisione di Migros derivi anche dalla fusione dei due comparti carne del colosso svizzero della distribuzione.

Al di fuori di ogni considerazione sociale, «vogliono fare quattrini. La conseguenza è la liquidazione del settore», afferma Dupraz, che è anche deputato del Partito liberale radicale (destra).

Il diritto di scegliere

La decisione di Migros - in contrasto con una comunicazione incentrata sulle produzioni indigene - provoca parecchie reazioni. Per la Federazione romanda dei consumatori (FRC), molti Svizzeri vogliono poter scegliere tra carne locale (prodotta secondo criteri molto rigidi) e importata.

In accordo con le autorità politiche, il grande distributore parteciperà ora ad una piattaforma di negoziato con i produttori. La soluzione di un marchio di qualità indigena è una strada possibile. Ma alla fine, «sarà il consumatore a decidere», taglia corto Patrick Wilhem.

Il rappresentante di Migros riferisce che quello del tacchino sarebbe un caso particolare – mentre il resto del comparto carne non avrebbe di che preoccuparsi.

«La carne svizzera ha le carte in regola», spiega Wilhem. «Se parliamo di gusto, è quotatissima. Occorre semplicemente che ogni settore di produzione funzioni a dovere».

Costi che non scendono

Ma John Dupraz vede piuttosto in questa crisi l'ennesimo esempio del fatto che, in tema di costi, l'agricoltura svizzera non è sempre in grado di tenere il passo dell'Unione europea.

Sotto accusa ci sono il livello generale elevato dei prezzi, dei margini che si riservano gli intermediari e dei salari. Così come le esigenze legali e gli standard di produzione elvetici.

«Malgrado tutti i nostri sforzi, non si fa ancora abbastanza e le conseguenze sono molto negative. Nei cereali per il pane, ad esempio, abbiamo ridotto i nostri costi del 50 per cento in 10 anni. Ma siamo ancora troppo cari. E con la globalizzazione, la pressione sui prezzi non fa che aumentare».

La pista del libero scambio

Per il deputato radicale, urge trovare soluzioni per avvicinarsi ai prezzi europei. È necessario un accordo di libero scambio con l'UE? È l'ipotesi più plausibile.

«Avremmo bisogno di un periodo di adattamento e di alcune misure di sostegno», spiega il deputatoJohn Dupraz. «Ma è il caso di porsi seriamente il problema».

«Perché ad eccezione di qualche prodotto di alta gamma (vini vallesani, formaggi, specialità regionali e AOC), la Svizzera potrebbe chiudere bottega e importare tutto», conclude Dupraz.

swissinfo, Pierre-François Besson
(traduzione, Serena Tinari)

Fatti e cifre

L'agricoltura svizzera attraversa un periodo di ristrutturazione per molti aspetti dolorosa.
Nel 1990, nel paese si contavano 80'000 aziende agricole.
Quindici anni dopo il numero delle imprese è sceso a 65'000 unità.
Si stima che scompaiano cinque aziende al giorno.
L'agricoltura rappresenta l'1,3% del prodotto interno lordo e il 4% dell'occupazione.

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In breve

Tra i paesi dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, (OCSE), la Svizzera è il più generoso con la propria agricoltura. Nel 2005, il 68% del reddito del settore proveniva dalle casse dello Stato. Una sovvenzione che tende oggi a ridursi progressivamente.

Una nuova tappa della riforma agricola è in cantiere (PA 2011). In dettaglio, essa prevede la soppressione dei sussidi all'esportazione, una forte riduzione del sostegno al mercato e dei diritti di dogana. Con il risultato di un notevole calo dei prezzi alla produzione.

Mentre tratta all'interno dell'Organizzazione mondiale del commercio (OMC), il governo si accinge a lanciare una serie di incontri esplorativi in vista di un eventuale accordo di libero scambio con l'Unione europea.

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