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Svizzeri divisi tra esercito di milizia o di professionisti

Per molti svizzeri, all'esercito verranno sempre più spesso affidati compiti non prettamente militari, come questo intervento a Thun, in occasione delle alluvioni del 1999 Keystone

Lo indica un sondaggio su un campione di 1202 persone di tutte le regioni linguistiche, pubblicato dal Dipartimento federale della difesa. Dallo studio emerge pure un aumento dei fautori di un ripiegamento del paese su sé stesso.

Questo contenuto è stato pubblicato il 22 agosto 2000 - 14:28

Già nell'agosto 1999, meno della metà degli Svizzeri affermava di preferire un sistema di milizia. Fatto nuovo: ora non sono più numerosi di coloro che sono favorevoli a un esercito di professionisti. I due schieramenti rappresentano circa il 46 percento della popolazione, secondo l'inchiesta realizzata in febbraio dalla Scuola superiore militare.

Mentre i giovani dai 18 ai 29 anni sono chiaramente fautori di un esercito di professionisti (57 percento contro 36 percento per un esercito di milizia), le proporzioni si capovolgono tra le persone con più di 60 anni (rispettivamente, 34 percento e 60 percento). Le altre fasce d'età sono più divise, con una leggera preferenza per i soldati professionisti.

Si nota la stessa tendenza per il tasso di gradimento dell'esercito, che resta stabile al 71 percento. I giovani sono più scettici (56 percento) rispetto alle persone anziane (87 percento).

Dal canto loro le spese militari non suscitano più la disapprovazione costatata dal 1986 al 1999. Da agosto dell'anno scorso, solo il 50 percento delle persone interrogate criticano gli importi dedicati alla difesa. Va rilevato che il 58 percento degli Svizzeri li sopravvalutano.

In generale, un numero crescente di Svizzeri ritiene che l'esercito sarà sempre più chiamato a svolgere compiti non prettamente militari: aiuto in caso di catastrofi, sorveglianza di conferenze internazionali, sostegno alle guardie di frontiera. È pure ampiamente sostenuto l'invio di soldati all'estero. Tre quarti degli interrogati approvano la creazione della Swisscoy e il 57 percento accettano, senza riserve, che militi svizzeri possano essere armati nelle missioni di mantenimento della pace.

Gli Svizzeri sembrano tuttavia meno inclini all'apertura verso l'estero. Un'intensificazione della cooperazione internazionale è approvata soltanto dal 50 percento delle persone interrogate. Per la prima volta dal 1994 sono cresciuti i ranghi degli isolazionisti.

Questo gruppo di persone, che corrisponde a circa il 27 percento della popolazione, è tanto importante quanto quello degli Svizzeri pronti ad accettare restrizioni in materia di sovranità nazionale (26 percento) e quello dei fautori di un'apertura «moderata» (24 percento).

Secondo gli autori dello studio, è tuttavia prematuro parlare di una tendenza duratura, mentre sembra che le sanzioni dei membri dell'Unione europea (UE) contro l'Austria abbiano risvegliato tendenze «anti-egemoniche». In ogni caso - osservano gli esperti - il chiaro sì degli Svizzeri agli accordi bilaterali con i Quindici permette di supporre che la tendenza al ripiegamento sia solo un fenomeno momentaneo.

Su determinate questioni, è pure percettibile la tendenza a un maggiore ripiegamento su sé stessi, rispetto al 1999. Solo il 48 percento delle persone interrogate sono favorevoli a un'adesione all'UE, contro oltre la metà l'anno prima. I fautori di un'entrata della Svizzera nell'ONU (57 percento) sono pure in diminuzione da un anno all'altro.

Resta invece stabile la proporzione dei simpatizzanti di un avvicinamento (47 percento) alla NATO o di un'adesione (28 percento). Infine, per la prima volta dal 1993, sono maggioritarie le persone favorevoli a un aumento dell'aiuto allo sviluppo (55 percento).

swissinfo e agenzie

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