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Svizzeri credenti ma sempre meno religiosi

La gran parte degli svizzeri continua a credere alla vita dopo la morte e ad un'entità superiore, ma gli elementi caratteristici del cristianesimo perdono costantemente importanza.

Questo contenuto è stato pubblicato il 24 dicembre 2001 - 17:40

È quanto risulta da uno studio realizzato da Roland J. Campiche - fino a poco tempo fa professore a Losanna dell'Istituto di etica sociale della Federazione delle chiese evangeliche - di cui dà notizia lunedì la «Neue Zürcher Zeitung».

La ricerca, intitolata «Religione: una sfida per le chiese?», si basa su un sondaggio effettuato nel 1998/1999, che è stato confrontato con un analogo rilevamento effettuato dieci anni or sono.

Anche allora i dati erano sfociati in uno studio, presentato sempre da Campiche nel 1992, che mostrava come la religione fosse toccata da un processo di crescente individualizzazione: uomini e donne cercano sempre più spesso di comporre, con vari elementi, un proprio credo personale. Una tendenza che secondo l'autore nell'ultimo decennio si è ulteriormente rafforzata.

Secondo Campiche a tutt'oggi acquista sempre più importanza una spiritualità di prima mano, scelta e guidata dall'individuo. Quindi il 78 % degli interpellati continua credere in un'entità superiore (nel 1998 erano il 79 %), ma la fede in un Dio che si è manifestato in Gesù Cristo sta calando, pur essendo ancora preponderante nella popolazione: oggi è del 65 %, mentre era ancora del 73 % nel sondaggio precedente. Sempre più persone possono inoltre riconoscersi in una visione «umanistica» di Dio: la frase «Dio non è nient'altro che quanto vi è di prezioso nell'uomo» viene sostenuta dal 53 % degli interpellati (42 %).

In crescita, ma rimangono sempre una minoranza, gli atei: a pensare che «non esiste alcun Dio» è solo il 12 % della popolazione (dieci anni prima era l'8 %). La stessa posizione, ma relativa alla vita ultraterrena, è però più diffusa: il 22 % degli interpellati (erano il 18 %) pensa che dopo la morte sia tutto finito.

Coloro che credono che la risurrezione di Gesù Cristo dia un senso alla loro morte sono esattamente il 50 % (percentuale stabile). Sempre più persone sono convinte che la morte rappresenti una fase di passaggio verso un'altra esistenza (53 %, erano il 45 % nel 1998).

Per quanto riguarda le prospettive riguardo al futuro dell'umanità, il regno di Dio annunciato da Gesù sarà una realtà per il 38 % degli interrogati, contro il 45 % che la pensava così ancora dieci anni prima.

Molti credono che tempi migliori saranno garantiti dai progressi della scienza e della tecnica (47 %, 35 % nel 1998), ma la stragrande maggioranza (83 %, contro l'86 precedente) ritiene che il futuro dipenda dal comportamento morale degli esseri umani. In quest'ambito si segnala tuttavia anche un netto aumento di chi pensa che conti solo l'immediato (25 % nel 1998/99, 15 % dieci anni prima).

Infine sono in forte crescita tutte le credenze in qualche modo «natural-religiose»: la fede in un circolo eterno fra uomo, natura e cosmo, nella reincarnazione (vi crede uno svizzero su tre) o nelle forze dell'Universo. La maggioranza degli intervistati ritiene che si potrà entrare in una nuova era quando si saprà scegliere il meglio di ogni religione (53 %), o quando si ritornerà alla saggezza naturale delle popolazioni primitive (52 %).

swissinfo e agenzie

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