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Solo la destra isolazionista contraria alla Corte penale internazionale

La Corte penale internazionale sarà incaricata di giudicare crimini contro l'umanità, come quelli commessi nel 1994 in Ruanda Keystone Archive

L'adesione alla Corte penale internazionale fa parte del percorso obbligato di un paese come la Svizzera, che vanta una tradizione umanitaria ed è depositaria delle Convenzioni di Ginevra. L'opposizione è giunta da quella destra tradizionalmente allergica a qualsiasi apertura. L'UDC ritiene indispensabile una modifica preliminare della Costituzione, con un relativo referendum obbligatorio.

Questo contenuto è stato pubblicato il 13 marzo 2001 - 14:44

L'istituzione della Corte penale internazionale permanente risale al 17 luglio 1998. Il suo scopo è quello di reprimere crimini particolarmente gravi come il genocidio, i crimini contro l'umanità e i crimini di guerra. La Corte interverrà nel caso in cui le autorità di un paese non avessero la volontà o la possibilità di perseguire davanti alla giustizia gli autori di crimini commessi sul suo territorio o perpetrati da suoi cittadini.

Il progetto di Corte è stato approvato a Roma da 120 stati, contro 7 e 21 astensioni. Tra gli oppositori iniziali figuravano Stati Uniti, Cina, Israele, Irak, Qatar, Sudan e Sri Lanka. L'opposizione degli Stati Uniti è stata motivata dalla paura di vedere suoi cittadini deferiti davanti alla Corte. Si tratta però di una paura ingiustificata, visto che davanti al Tribunale comparirebbero soltanto cittadini di stati che non sono in grado di amministrare la giustizia. Il ruolo di questa Corte penale internazionale è infatti complementare alla giustizia dei paesi membri. La Corte sarà competente soltanto per i crimini commessi sul territorio di uno stato membro. Per gli altri stati, sarà sempre possibile creare un tribunale ad hoc, come già si è fatto per il Ruanda e per l'ex Jugoslavia.

Lo statuto di questa Corte, la cui sede è prevista all'Aja, in Olanda, entrerà in vigore quando 60 paesi l'avranno ratificato. Finora, 29 paesi hanno già compiuto il passo, tra cui Francia, Spagna, Germania e Canada. Secondo il ministro degli esteri Joseph Deiss, il quorum necessario di ratifiche potrebbe essere raggiunto già all'inizio del 2002. La Svizzera, ha ricordato Deiss, vuole figurare tra gli stati fondatori, per potere partecipare alle decisioni della fase preparatoria.

La procedura di consultazione avviata dal governo ha raccolto consensi quasi unanimi. La destra isolazionista dell'UDC dice di no opporsi al principio, ma, per bocca del deputato di Zurigo Ulrich Schlüer fa notare come lo statuto sia in contrasto con alcune disposizioni dell'ordinamento giuridico e della Costituzione svizzera, che non consente l'estradizione o la consegna di propri cittadini (articolo 25). Secondo il relatore della commissione di politica estera, il deputato vodese Claude Ruey, una perizia giuridica ha però consentito di eliminare questa obiezione.

Per il deputato ecologista Ruedi Baumann, gli argomenti dell'UDC sono "completamente pretestuosi" e l'organizzazione di un referendum obbligatorio le permetterebbe di condurre "una campagna dai toni populistici contro la presunta ingerenza di un organismo estero." Per il socialista Jean-Claude Rennwald, dietro alla richiesta di referendum dell'UDC bisogna vedere "l'opposizione di quel partito ai principi che stanno alla base della Corte." Il radicale bernese Marc Suter ha liquidato come "fumo negli occhi" gli argomenti di Schlüer.

La Camera bassa ha dunque seguito il Consiglio federale, approvando il decreto federale per la ratifica con 135 voti contro 26. Tocca ora alla Camera alta, in una prossima sessione, pronunciarsi sulla ratifica.

Mariano Masserini, Lugano

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