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Le epidemie cambiano, ma la paura che suscitano resta

Le restrizioni sugli spostamenti, come qui a St. Moritz nel gennaio 2021, fanno parte delle misure utilizzate dal Medioevo per tentare di contrastare un'epidemia. Keystone / Giancarlo Cattaneo

Prima del coronavirus, i progressi della medicina avevano quasi fatto dimenticare che l'Occidente ha vissuto per secoli sotto la minaccia delle epidemie. La pandemia ci ha ricordato che l'umanità resta vulnerabile e ha anche risvegliato delle paure ancestrali, ci spiega uno storico della medicina.

Questo contenuto è stato pubblicato il 24 novembre 2021 minuti

Da due anni, la pandemia segna la società e le varie misure introdotte dalle autorità, come il confinamento o la vaccinazione, dividono gli animi. Non è però la prima volta che la popolazione è confrontata con gravi epidemie. Ma in che misura gli eventi attuali possono essere letti alla luce di quelli del passato? Alain Bosson, storico della medicina, ci fornisce alcuni elementi di risposta.

SWI swissinfo.ch: Per uno storico, qual è il punto di riferimento nell'ambito delle epidemie?

Alain Bosson: È la peste nel Medioevo. L'Europa occidentale, che era stata risparmiata da questo flagello dal VI secolo, conobbe un primo episodio apocalittico dal 1347 al 1351. In certe regioni, la peste uccise tra un terzo e la metà della popolazione. L'epidemia, in seguito, tornò a intermittenza fino al XVIII secolo.

Le ondate di peste costrinsero i governi ad agire. Si notò che certe misure, come l'isolamento dei malati, la quarantena o la limitazione degli spostamenti, tendevano a ridurre l'impatto della peste. In seguito, ci si abituò ad agire nello stesso modo per affrontare altre epidemie.

Per gli storici, non c'è nulla di nuovo sotto il sole. Riviviamo oggi paure e comportamenti analoghi a quelli che abbiamo già vissuto.

Si paragona spesso l'attuale pandemia con l'influenza spagnola alla fine della Prima guerra mondiale. Quali aspetti sono simili e quali invece divergono?

Nei due casi, si tratta di una pandemia, ovvero un'epidemia che colpisce rapidamente tutto il globo, ciò che non fu il caso con la peste. Anche con l'ampiezza del fenomeno è possibile fare un confronto. In Svizzera, per esempio, si ritiene che tra un terzo e la metà della popolazione abbia contratto l'influenza spagnola tra il 1918 e il 1920. È un tasso di morbilità enorme, peggiore del coronavirus.

Tuttavia, le similitudini si fermano qui. La spagnola è stata infinitamente più inquietante. All'epoca, non si sapeva con cosa ci si stesse confrontando, non si sapeva fosse un virus. All'inizio, si è anche ipotizzato si trattasse di una forma di peste. Attualmente, sappiamo molto di più sul coronavirus, anche se restano delle zone d'ombra.

Il tasso di mortalità della spagnola era molto più alto e colpiva soprattutto le persone nella fascia d'età tra i 20 e i 35 anni e non le persone anziane, come sembra essere il caso con il coronavirus. Leggendo i giornali dell'epoca, assistiamo a drammi inauditi con padri e madri che morivano mentre figli, figlie, nonni e nonne erano risparmiati. Anche per questo aspetto, il fenomeno è stato molto più inquietante, perché decimava le forze più attive della popolazione.

Tuttavia, si ha l'impressione che si abbia più paura oggi rispetto a cent'anni fa…

Viviamo in società moderne o post-moderne in cui la salute è molto importante. Le famiglie pagano molto per l'assicurazione malattia e ci si aspetta che il sistema sanitario sia all'altezza di queste spese.

All'inizio del XX secolo, la speranza di vita era di 45-50 anni, contro gli oltre 80 di oggi. Le incognite della vita, come il parto o le malattie infantili, uccidevano un gran numero di persone. C'era poi una grande mortalità attorno ai 50 anni. Si potrebbe chiamare fatalismo, ma si viveva più vicini all'idea della morte.

Alain Bosson, Ph.D. in storia moderna dell'Università di Friburgo e professore liceale di storia, è autore di diversi libri consacrati alla storia della medicina, essenzialmente nel Cantone Friburgo. Il suo ultimo libro tratta della farmacia friburghese dal Medioevo alla fine dell'Ancien Régime. Alain Bosson

Questo non significa che si restasse completamente impassibili. L'influenza spagnola faceva davvero molta paura, poiché si moriva tra terribili sofferenze. La popolazione era molto preoccupata, ma l'accettava e sopportava la situazione. Oggigiorno, si reagisce in modo diverso, a immagine della nostra società per la quale la morte è quasi diventata un tabù.

La vaccinazione suscita resistenza o anche ostilità in una parte della popolazione. È stato sempre così o è un fenomeno inedito?

All'inizio c'è stata una certa resistenza. In Europa, le prime vaccinazioni servivano a contrastare il vaiolo, una malattia terribile che nei secoli ha ucciso decine di milioni di persone. Veniva somministrata una forma più tenue della malattia, il vaiolo bovino. Il vaccino era considerata una soluzione miracolosa, ma si ignorava ancora tutto sui virus. Il metodo si basava su buone intuizioni, ma senza una solida base scientifica. Si constatava semplicemente che l'iniezione stimolava il sistema immunitario. La somministrazione non era priva di rischi e ci voleva coraggio per farsi vaccinare nel XIX secolo.

Il lavoro di Louis Pasteur sul vaccino contro la rabbia ha permesso di vederci più chiaro e ha aperto la strada all'immunologia moderna. Nonostante le scoperte, i primi tentativi di sviluppare un vaccino contro la tubercolosi da parte di Robert Koch, in Germania, sono stati un fallimento e hanno provocato dei morti. La storia della vaccinazione è segnata da rischi e incertezze che restano nel nostro inconscio collettivo.

Questo forse spiega perché sarebbe difficile imporre l'obbligo vaccinale.

La sola volta che il Governo svizzero ha tentato di introdurre la vaccinazione obbligatoria è stata nel 1879 con una Legge federale sulle epidemie. Ma ci fu un referendum e, nel 1892, la legge fu respinta con l'80% dei voti, soprattutto a causa dell'obbligatorietà.

Ci furono anche tentativi in certi Cantoni. Friburgo, ad esempio, l'ha introdotta il 14 maggio 1872. Ma le reticenze furono tali – solo una piccolissima proporzione della popolazione si fece vaccinare – che la misura fu rapidamente revocata.

Si potrebbe suppore che questo abbia, se posso dirlo, "vaccinato" durevolmente le autorità contro l'idea di rendere obbligatoria la vaccinazione, che resta un atto medico per il quale il consenso del paziente sembra imprescindibile.

Ma la vaccinazione è anche una storia di grandissimi successi.

Dopo la Seconda guerra mondiale, si assiste in effetti all'eradicazione della poliomielite e del vaiolo. Sono successi straordinari che bisogna collocare in un momento storico in cui la popolarità della medicina è all'apogeo. Un esempio è anche il primo storico trapianto cardiaco del professor Barnard nel 1967. È un'epoca in cui la medicina trionfa e si pensa che guarirà ogni male. L'adesione e la fiducia del pubblico è molto elevata.  

Ma la fiducia diminuisce negli anni '80 con l'arrivo dell'AIDS che, in un certo senso, ricorda che la medicina ha dei limiti. È anche in questi anni che si assiste al ritorno di pratiche terapeutiche presentate come più naturali. Un esempio sono le case maternità per evitare il parto in ospedale. Quest'epoca porta anche la diffidenza nei confronti della vaccinazione da parte di chi sostiene una medicina più naturale.

Ed è anche da quell'epoca che le parole di medici e autorità sanitarie sono messe sempre di più in questione?

In effetti, fino agli anni '80, quando la classe medica si esprimeva, veniva ascoltata. Negli anni '60 era impensabile che un'opinione espressa da uno specialista fosse messa in dubbio nella stampa. In generale, l'opinione delle autorità non era quasi mai contestata.

Oggigiorno, sembra che qualsiasi verità scientifica sia suscettibile di essere ridotta a uno scontro d'opinioni. Nel caso della vaccinazione siamo ridotti a domande come: "Credete nell'efficacia del vaccino?". È certamente positivo non prendere tutto come oro colato e avere più spirito critico. Ma ciò che è frustrante e che nella scienza ci sono fatti chiaramente stabiliti e definiti e che gli strumenti per contestarli spesso mancano alle persone che si auto-invitano nel dibattito.

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