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Sindacati tra apertura e prudenza

Renzo Ambrosetti, nuovo presidente della FLMO, a sinistra, e Vasco Pedrina, presidente del SEI Keystone

Approvazione del progetto di sindacato interprofessionale ed elezione dei rispettivi presidenti. SEI e FLMO imboccano nuove vie, ma la scelta di Renzo Ambrosetti alla presidenza FLMO indica anche la volontà di procedere con pragmatismo.

Questo contenuto è stato pubblicato il 29 ottobre 2000 - 11:24

L'elezione di Renzo Ambrosetti alla guida della maggiore federazione sindacale svizzera, il Sindacato dell'industria, della costruzione e dei servizi FLMO, è stata una sorpresa. Soprattutto alla luce della decisione presa dal congresso il giorno precedente, cioè della scelta di collaborare con il SEI in vista della creazione di un sindacato interprofessionale.

La conseguenza logica di quella scelta sembrava a tutti che dovesse essere l'elezione alla presidenza di André Daguet, il candidato che con più passione aveva difeso il progetto di "casa sindacale" e sostenuto la necessità di portarne avanti il processo, pur senza precipitazioni, fino al traguardo estremo ma anche più ovvio: la fusione con il SEI.

Il congresso ha invece scelto di dare, per così dire, un colpo al cerchio e uno alla botte, affidando la presidenza della FLMO, e quindi la realizzazione del sindacato interprofessionale, ad un "frenatore" dichiarato come Renzo Ambrosetti. È vero che il ticinese, nel discorso di presentazione della sua candidatura, aveva negato di voler frenare il progetto e ribadito il suo impegno nella collaborazione con il SEI; ma è anche vero che aveva mantenuto ferma la sua opposizione all'idea di una fusione.

Le ragioni di questa resistenza ad uno sbocco che appare logico in un processo di creazione di strutture comuni, Ambrosetti le ha indicate in due pericoli: la perdita d'identità e di valori propri, ed il rischio di dover affrontare spese eccessive senza il riscontro di benefici in termini politici, cioè di numero d'iscritti, di peso contrattuale e d'immagine.

In apparenza il congresso ha seguito Ambrosetti in questi ragionamenti. In realtà però hanno giocato umori e sentimenti irrazionali. Nelle dichiarazioni di voto fatte prima dell'elezione, molti delegati hanno detto esplicitamente di dare fiducia ad Ambrosetti perché è un sindacalista vero, solido, di lunga tradizione, al contrario di Daguet, più intellettuale e politico, passato da poco dal PS al vertice della FLMO e privo dell'esperienza del lavoro di base. Tutte cose giuste e legittime, ma che non c'entravano molto con il progetto di "casa sindacale" e rafforzavano soprattutto l'impressione di volersi affidare a mani solide, a una guida prudente e non precipitosa.

In altre parole, ha giocato la paura. La paura di innescare un processo troppo veloce e di non riuscire a trovare il ritmo giusto. La paura di aver preso il giorno prima una decisione coraggiosa, forse troppo coraggiosa, che ora andava bilanciata in qualche modo. La paura di perdere qualcosa - in termini di sicurezza psicologica, di tradizione e d'identità - senza un presidente con lunghe radici nella FLMO. E infine, la paura di perdere posti di lavoro se il progetto di "casa sindacale" venisse portato avanti sino alla fusione.

Da qui la scelta di Ambrosetti. Una scelta contraddittoria con quella del Sindcato edilizia e industria (SEI): è vero che Renzo Ambrosetti e Vasco Pedrina (rieletto presidente del SEI) sono ambedue ticinesi; ma è anche vero che rappresentano due tradizioni, due culture sindacali diametralmente opposte, e un'intesa tra i due sembra piuttosto difficile. Ma forse proprio per questo saranno costretti a prendersi reciprocamente le misure e procedere con cautela, in modo complementare. Che sia questa, alla fine, la soluzione più saggia?

Silvano De Pietro

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