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Il riconoscimento legale della comunità di fede musulmana è controverso

L'imam che combatte la radicalizzazione islamica in prigione

I musulmani sono circa il 5% della popolazione svizzera e un detenuto su tre professa l’islam. Ma soltanto poche prigioni consentono la visita di un imam. Tra queste c’è il carcere regionale di Berna.

Questo contenuto è stato pubblicato il 23 giugno 2017 - 11:00

Mustafa Memeti funge da intermediario tra la direzione del carcere e i detenuti, che incontra una volta alla settimana. L’imam offre sostegno e conforto spirituale, parlando con i reclusi di religione, vita familiare e problemi personali.

L’intenzione dell’imam è anche di prevenire la radicalizzazione di chi è dietro alle sbarre. In prigione, il reclutamento di persone vulnerabili e disilluse favorisce la diffusione di ideologie estremiste. La direttrice del carcere regionale di Berna, Monika Kummer, descrive quelli che considera dei segnali di allarme: «Quando qualcuno si fa improvvisamente crescere la barba, rinuncia alla musica o alla televisione, iniziamo a seguirlo da vicino».

Di fronte a questi segnali, Memeti tenta di dissuadere i detenuti. «Dico loro che è un modo di abusare della religione. In quanto teologo e imam espongo argomenti e fatti. Tento di convincerli che il loro pensiero non corrisponde alla vita reale».

Di origine albanese, Memeti vive in Svizzera dal 1991. Ha ottenuto la cittadinanza elvetica nel 2005.

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