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Pur sotto choc, gli americani mantengono la calma

Nonostante l'allucinante scenario dei grattacieli crollati, gli abitanti di Nuova York hanno saputo far fronte alla catastrofe nella calma Keystone

La tragedia degli attacchi terroristici che hanno colpito martedì gli Stati Uniti ha suscitato sgomento e incredulità , ma anche molta solidarietà fra la popolazione. Lo si deduce anche dalle testimonianze di cittadini svizzeri, presenti negli Usa al momento del dramma.

Questo contenuto è stato pubblicato il 12 settembre 2001 - 17:48

Tra gli svizzeri che siamo riusciti a contattare, nessuno che sia stato coinvolto direttamente con gli attentati di Washington e New York. "Un amico che era uscito dalla prima torre del World Trade Center prima che fosse colpita la seconda, ha visto gente piovere sul selciato e schiantarsi sul cemento. Mi ha chiamato mezzora dopo ed era ancora sotto choc." Queste le parole di Luigi Camperchioli, giovane bleniese che si trovava a New York.

Anche Daniela Tressoldi che vive e lavora a Manhattan non era troppo lontana dal luogo della tragedia: "New York è una città che non si fa prendere facilmente dal panico, chiaramente chi ha visto la scena da vicino è sotto choc ma altrimenti la gente è restata calma. C'era un silenzio irreale per le strade". Ma Daniela ha sentito anche molta paura e odio tra le persone che conosce: ed è quest'odio, il bisogno di vendetta a farle più paura in questo momento.

Carla Drysdale è una giornalista che lavora vicino al luogo del disastro a Manhattan: quel giorno il suo turno cominciava alle 11 così è stata sorpresa dalla notizia mentre era ancora in pigiama. "Abbiamo guardato fuori della finestra e c'era quell'enorme nuvola di fumo che ha poi continuato a crescere tutto il giorno. Ci sono cose che ti passano per la testa...forse quel fumo poteva essere una nuvola tossica, quella poteva essere guerra biologica. Così abbiamo deciso di partire. Abbiamo fatto le valigie e siamo saliti in macchina, senza in realtà sapere se saremmo potuti uscire dalla città. Tutti i ponti e i tunnel erano chiusi, solo il livello superiore del ponte George Washington era aperto, ma per arrivare in New Jersey, ci abbiamo impiegato quattro ore invece di una e mezza."

"Sono rimasta colpita molto positivamente dalla reazione della gente" dice alla Rete 1 della radio della Svizzera italiana Sandy Aldermatt. "Subito hanno portato cibo e acqua per strada, tutti i telefoni pubblici sono immediatamente messi a disposizione gratis per il pubblico. C'erano centinaia di persone davanti agli ospedali disponibili subito a donare sangue".

"È la filosofia del pioniere, di chi è arrivato in una terra selvaggia, di frontiera; è la mentalità dei pionieri che subito fanno cerchio per portarsi aiuto l'un con l'altro di fronte alle difficoltà". Così interpreta la reazione immediata di solidarietà Paola Ferro, giornalista indipendente che da qualche mese vive a Washington. La capitale, l'altra città simbolo del potere duramente colpita nel suo orgoglio.


"La cosa più strana era vedere la gente che lavora nell'amministrazione tornare a casa alle 10 di mattina ed andarsene in piscina o a passeggio" aggiunge Paola, mentre scene prese da un brutto film dell'orrore passavano in tv. La vita continua in modo apparentemente normale anche il giorno dopo. Alcune scuole che avrebbero dovuto restare chiuse hanno invece riaperto. Anche il traffico era tornato Il traffico era tornato alla normalità e "si vedevano di nuovo gli aerei in cielo"aggiunge Paola. Ma non c'erano solo persone che approfittavano di un'altra giornata di sole per fare jogging: anche a Washington molti hanno voluto donare sangue, portare il proprio aiuto agli ospedali.

Raffaella Rossello

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