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Preparata a Berna la fuga di nazisti in Argentina?

1950: Juan Peron e la moglie Eva alla serata di gala per la celebrazione dell'indipendenza dell'Argentina Keystone

Un libro fa luce su un oscuro capitolo della storia d’Argentina, dove molti nazisti trovarono rifugio dopo la Seconda Guerra mondiale.

Questo contenuto è stato pubblicato il 25 aprile 2003 - 12:37

La loro fuga sarebbe stata organizzata con l’accordo della Svizzera e del Vaticano.

Intimidazioni, archivi distrutti, risposte evasive, testimoni irritati e altrettanto irritate autorità - e il silenzio della stampa argentina: queste le reazioni alla pubblicazione di «La autentica Odessa», del giornalista argentino-americano Uki Goñi.

Goñi illustra la rete allestita dal presidente argentino Juan Peron (1946-1955) con l’accordo di Svizzera e Vaticano, per far uscire dalla Germania del dopoguerra i criminali di guerra nazisti. Il libro è una sorta di delitto di lesa maestà per i peronisti, che in Argentina detengono tuttora le leve del potere.

Una «filiale» nella Marktgasse di Berna

Il libro documenta minuziosamente come la cellula nel palazzo presidenziale argentino operasse sotto la direzione del tedesco-argentino Rodolfo Freude.

Nella «filiale» alla Markgasse 49 di Berna, oltre agli aspetti finanziari sarebbero stati preparati anche i piani di fuga dei nazisti, provvisti di falsi documenti. A coordinare le operazioni a Berna sarebbe stato l'ufficiale delle SS Carlos Fuldner, che disponeva di un passaporto diplomatico argentino.

Secondo Goñi, Fuldner avrebbe agito con il sostegno dell'allora ministro svizzero di giustizia, Eduard von Steiger, e del capo della polizia Heinrich Rothmund.

I numeri consecutivi dei documenti di immigrazione di criminali di guerra come Josef Mengele ed Erich Priebke, molti dei quali vennero ricevuti da Peron, proverebbero inoltre che i nazisti non giunsero in Argentina per conto proprio, come sostenuto da molti storici e dalla versione ufficiale argentina.

Goñi contesta pure che l'allora governo argentino fosse unicamente interessato a tecnici ed esperti tedeschi, per lo sviluppo dell'apparato bellico nazionale. «Ho facilmente identificato 300 criminali di guerra nei documenti delle autorità d'immigrazione», sostiene.

La Chiesa tace

L'autore documenta pure il coinvolgimento della Chiesa cattolica e del Vaticano, anche se le autorità ecclesiastiche tengono tuttora sotto chiave i documenti compromettenti.

Il Centro Simon Wiesenthal di Buenos Aires, che aveva chiesto di visionare i verbali di un incontro del 1946 tra il cardinale argentino Caggiano e un emissario del Vaticano, si è sentito rispondere che la Conferenza episcopale argentina a quei tempi non esisteva ancora. E che nessuno si ricorda di un tale incontro.

«Ci saremmo aspettati un po' più di cooperazione», afferma Sergio Widder, del Centro Wiesenthal.

Documenti bruciati

Secondo Goñi, nel 1996 - un anno prima che l’allora presidente Menem decidesse di creare una Commissione per indagare sulle attività dei nazisti in Argentina - vennero bruciati dei documenti compromettenti dell’autorità d’immigrazione.

Lo stesso Goñi fece parte della Commissione - ma per soli tre giorni, perché ebbe «l’impressione che non volevano sapere troppo esattamente certe cose ».

Interrogativi senza risposta

Anche Widder ritiene che la Commissione abbia lasciato molte domande senza risposta. Per esempio, in merito a presunte direttive del ministero degli esteri del 1939, per respingere gli ebrei in cerca d’asilo.

Una storica, che era riuscita a rintracciare il documento in questione, venne attaccata dai suoi colleghi della Commissione e non poté più accedere agli archivi. E nemmeno il Centro Wiesenthal riuscì ad ottenere i documento.

Risparmiati i testimoni chiave

Pur avendone il diritto, la Commissione non ha mai interrogato personaggi centrali come Freude, che ha tuttora un ufficio a Buenos Aires, nello stesso edificio dove hanno sede la camera di commercio tedesco-argentina, il Club tedesco e la biblioteca del Goethe-Institut.

E Freude, non ha mai risposto alle domande di Goñi.

«Speravo di provocare una sorta di choc salutare», dichiara questi, «ma apparentemente in Argentina la gente non vuole saperne di discutere del proprio passato».

«Chi ha vissuto con Eichmann e Mengele, sa convivere anche con una dittatura militare», constata Goñi con amarezza.

swissinfo, Sandra Weiss, Buenos Aires
(adattamento dal tedesco: Fabio Mariani)

In breve

Nel libro «La autentica Odessa» (Edizioni Paidos), l’autore argentino-americano Uki Goñi documenta la fuga di criminali di guerra nazisti in Argentina.

Goñi mette in causa l’atteggiamento del governo argentino dell’allora presidente Peron e sostiene che la fuga dei nazisti venne organizzata anche grazie all’appoggio di alti esponenti svizzeri e del Vaticano.

In Argentina, il libro ha suscitato più che altro reazioni negative da parte delle autorità e della Chiesa, ed è stato ignorato dalla stampa.

La delusione dell’autore, che sperava di provocare «uno choc salutare», sembra condivisa dal Centro Simon Wiesenthal di Buenos Aires, che si aspettava una maggiore collaborazione dalla Chiesa e dalle autorità.

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