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Neutralità ed esercito

Keystone/Gaetan Bally

La Svizzera è un Paese neutrale riconosciuto dal 1815. Ciononostante possiede un esercito, per proteggersi e garantire la sicurezza interna.

Questo contenuto è stato pubblicato il 18 agosto 2022 - 15:00
swissinfo.ch

La neutralità è parte integrante dell'identità elvetica. Nel 1815 fu riconosciuta dalle grandi potenze, che al Congresso di Vienna la dichiararono nell'interesse degli Stati europei. Per gli autori della Costituzione federale del 1848, la neutralità era un "provvedimento adeguato per assicurare l'indipendenza della Svizzera".

Nel 1907, le Convenzioni dell'Aia fissarono per la prima volta nero su bianco diritti e doveri degli Stati neutrali. In cambio dell'inviolabilità del loro territorio, devono in particolare tenersi fuori dalle guerre e garantire parità di trattamento ai belligeranti, ai quali non possono fornire truppe né materiale bellico appartenente allo Stato.

L'esercito svizzero

Gli Stati neutri sono tenuti a provvedere alla propria difesa. Questo spiega perché la Svizzera ha sempre cercato di mantenere le sue forze armate a un livello rispettabile.

Quello della Confederazione è un esercito di milizia, con poche/i militari di carriera. La Costituzione prevede la leva obbligatoria per i cittadini svizzeri maschi; per le donne il servizio militare è facoltativo.

Dopo la scuola reclute, per alcuni anni, i soldati rientrano in servizio per assolvere corsi di ripetizione della durata di tre settimane. Non è quindi raro incontrare per strada o sul treno militari in uniforme con la loro arma personale. Tra un servizio e l'altro, infatti, possono tenere a casa il fucile o la pistola, una tradizione che genera continuamente polemiche: numerosi omicidi o suicidi sono stati commessi con armi d'ordinanza.

Gli uomini che rifiutano di prestare servizio militare per motivi di coscienza possono optare per il servizio civile, che consente loro di svolgere lavori di utilità pubblica ma dura una volta e mezzo quello militare.

Impegni internazionali

La neutralità non impedisce alla Svizzera di prendere impegni con organizzazioni internazionali. Sebbene non possa aderire alla NATO in quanto alleanza militare e politica, può cooperare con essa nell'ambito del Partenariato per la pace (PfP).

Nel 1920, la Confederazione aderì quale membro fondatore alla Società delle Nazioni -antesignana delle Nazioni Unite- e riuscì a imporre Ginevra come sede dell'organizzazione intergovernativa. All'indomani della Grande guerra, la Svizzera voleva crearsi una missione globale basata sulle sue competenze diplomatiche e umanitarie.

Tuttavia, la Seconda guerra mondiale e la Guerra fredda rafforzarono l'idea che per restare totalmente neutrale, la Svizzera non avrebbe dovuto aderire a nessuna alleanza internazionale. Fu così che il Paese diventò membro dell'Onu soltanto nel 2002, dopo oltre cinquant'anni trascorsi con lo status di osservatore, ottenuto nel 1948.

Da quel 1948, però, la Svizzera non ha mai smesso di rafforzare la sua presenza negli organismi internazionali. Ha aderito all'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), all'UNESCO, al Consiglio d'Europa e all'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE). Ginevra è diventata sede di una moltitudine di organizzazioni internazionali.

La promozione della pace e dei diritti umani sono rimasti una priorità della politica estera svizzera. La Confederazione partecipa a missioni civili e militari di mantenimento della pace condotte da organizzazioni internazionali e invia regolarmente esperti e osservatori in molti Paesi per accompagnare il processo di pace o controllare il corretto svolgimento di elezioni. La Svizzera offre inoltre i suoi cosiddetti buoni uffici, aiutando parti in conflitto nella ricerca di soluzioni e assumendo mandati di mediazione.

I limiti della neutralità

Fin dagli inizi, la neutralità della Svizzera è stata ripetutamente messa in discussione. Durante la Seconda guerra mondiale, la Confederazione ha infranto questo principio a più riprese, in particolare consegnando materiale bellico o merci a Paesi in guerra. È stata anche fortemente criticata per aver respinto migliaia di rifugiati ebrei e aver conservato nelle proprie banche fino alla fine degli anni '90 il denaro delle vittime dell'Olocausto.

Inoltre, la Svizzera produce armi e ne esporta in diversi Paesi, ciò che per molti è incompatibile con la neutralità e la volontà di promuovere la pace.

A ogni proposta di adesione a un'organizzazione internazionale o di collaborazione con essa, si riapre il dibattito sulla definizione e sul ruolo della neutralità elvetica. In un mondo globalizzato, dove gli Stati sono interdipendenti, questo ruolo appare meno importante e più difficile da delineare.

La popolazione resta però molto attaccata ai suoi principi: un sondaggio condotto nel 2019 rivela che oltre il 95% delle persone interpellate desidera preservare la neutralità svizzera e la considera un elemento identitario.

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