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Vivere in Svizzera

Perché l'aiuto al suicidio è "normale" in Svizzera

In Svizzera, il suicidio assistito è considerato un'opzione legittima alla fine della vita ed è aperto anche alle persone provenienti dall'estero. Il "turismo della morte" è in piena crescita.

Questo contenuto è stato pubblicato il 17 dicembre 2021 - 00:15
Corinna Staffe (illustrazione)

Nell'estate del 2021, Yoshi dal Giappone si è tolto la vita con l'aiuto dell'organizzazione di suicidio assistito lifecircle. Una giornalista di SWI swissinfo.ch lo ha accompagnato durante gli ultimi tre giorni della sua vita.

L'articolo di Yoshi ha suscitato molte reazioni diverse da parte dei nostri lettori e delle nostre lettrici in tutto il mondo. Molte persone, anche nel suo Paese natale, il Giappone, dove il suicidio assistito è vietato, hanno sostenuto la decisione di Yoshi. Alcune sostengono però che il suicidio non debba essere permesso per motivi religiosi.

Il suicidio assistito è un tema delicato, ma in Svizzera è sempre più accettato. Ogni anno, più di 1'000 persone ricorrono al suicidio assistito per porre fine alla propria vita. Anche il numero di individui registrati presso le organizzazioni di suicidio assistito è in aumento. Nel 2020, le persone malate di cancro hanno rappresentato il 36% (333) di tutti i casi di suicidio assistito (913), secondo Exit, l'organizzazione più grande.

L'assistenza al suicidio è una professione in Svizzera. Chi se ne occupa sostiene le persone che desiderano morire, per esempio procurando loro il farmaco letale. Presso Exit, sono spesso le persone pensionate a svolgere questa funzione.

"In Svizzera sappiamo che questa possibilità esiste se ne abbiamo bisogno", dice la professoressa di etica Samia Hurst-Majno dell'università di Ginevra. "Molte persone sono rassicurate da questo, anche se non ne faranno mai ricorso".

Da votazioni popolari e sondaggi emerge che la maggioranza della popolazione non vuole vietare l'assistenza ai suicidi. Nel 2011, poco dopo che l'elettorato del Cantone di Zurigo aveva bocciato seccamente un'iniziativa che voleva proibire l'aiuto al suicidio, il governo svizzero ha deciso di rinunciare a disciplinare a livello nazionale l'assistenza organizzata al suicidio.

Ed è tuttora così, nonostante che la Corte europea dei diritti umani abbia già rimproverato la Svizzera per la sua situazione giuridica non abbastanza chiara.

Per Samia Hurst-Majno, una possibile spiegazione è il fatto che le norme svizzere sull'eutanasia indiretta e quella passiva sono in vigore da molto tempo. Questo ha contribuito a creare fiducia tra la popolazione sul fatto che la legalizzazione non porta ad abusi.

All'inizio del XX secolo, la Svizzera – come molti altri Paesi – ha depenalizzato il suicidio. "Se il suicidio è un crimine, allora l'assistenza al suicidio è un atto di complicità", spiega Samia Hurst-Majno. "Senza crimine, però, scompare anche la complicità".

Per questo motivo in Svizzera si è svolto un dibattito in cui si è convenuto di fare dell'egoismo il punto decisivo: "Chi aiuta a suicidarsi qualcuno da cui dipende finanziariamente o da cui erediterà deve essere punito", spiega l'esperta. "Se non ci sono tali motivi egoistici, tuttavia, aiutare non è un crimine".

Su questa base è stato creato l'articolo 115 del Codice penale. EXIT è stata fondata nel 1982 e il numero di organizzazioni quali Dignitas e lifecircle è in crescita.

Nella maggior parte degli Stati, l'eutanasia attiva o il suicidio assistito sono proibiti. La Svizzera è uno dei pochissimi Paesi in cui anche gli stranieri possono ricorrere al suicidio assistito. Per questo si è sviluppato il "turismo della morte": vi sono persone che dall'estero vengono appositamente in Svizzera per morire.

Secondo Dignitas, probabilmente la più nota organizzazione internazionale che ammette anche persone provenienti dall'estero, nel 2020 oltre il 90% dei suoi membri era straniero.

Lifecircle e Dignitas portano persino avanti una campagna per la legalizzazione del suicidio assistito in altri Paesi.

Erika Preisig, medico di famiglia e presidente dell'associazione svizzera Lifecircle, sostiene che il suicidio assistito dovrebbe essere legale in tutto il mondo, in modo che nessuno debba andare in Svizzera per farlo. "L'accompagnamento alla morte è un diritto umano. Ogni essere umano deve poter decidere quando, dove e come vuole morire", dice.

In conformità con gli standard di JTI

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