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Nettamente respinte agli Stati le due iniziative del GSsE

Anche questa volta le iniziative del Gruppo per una Svizzera senza esercito non sono riuscite a decollare Keystone Archive

38 a 0 e 31 a 5: sono i risultati con cui la camera alta ha respinto, giovedì mattina, le due iniziative presentate dal Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSsE): nel primo caso i senatori hanno approvato all'unanimità il decreto federale che chiedeva di respingere l'iniziativa «per una politica di sicurezza credibile e una Svizzera senza esercito». La seconda proposta, «la solidarietà crea sicurezza: per un servizio civile volontario per la pace», ha invece raccolto 5 adesioni.

Questo contenuto è stato pubblicato il 22 marzo 2001 - 14:11

La prima iniziativa, depositata alla Cancelleria federale nel 1999 corredata da oltre 110 mila firme, chiedeva lo smantellamento progressivo dell'esercito entro dieci anni, mantenendo però la possibilità delle missioni di pace armate all'estero. Un aspetto considerato contraddittorio da molti, come il relatore della commissione Pierre Paupe, democristiano giurassiano, per il quale sarebbe impossibile, in caso di pericolo, ricostruire in tempi brevi un esercito ricominciando da zero. E la Svizzera, ha detto Paupe, non può delegare a stati esteri la propria difesa territoriale.

Per il radicale argoviese Rudolf Merz, l'unico modo di rimanere credibili all'estero è possedere un esercito efficiente, in grado di difendere i confini nazionali. Sono i «grandi stati» che devono dare l'esempio, riducendo i loro arsenali, ha poi detto Merz: una proposta del genere andava fatta all'Assemblea generale dell'Onu.

L'iniziativa del GSsE, ha detto il consigliere federale Samuel Schmid - per la prima volta in aula in questa veste - persegue lo stesso obiettivo di quella bocciata nel 1989. Non c'è dubbio, ha aggiunto, che i settori nei quali investire per rimediare alle cause dei conflitti - disuguaglianze sociali ed economiche, migliore ripartizione delle risorse ecc. - sono parzialmente condivisibili. Sia il rapporto sulla politica estera che su quella di sicurezza contemplano molte delle misure evocate dagli iniziativisti.

Tuttavia, a parere di Schmid, gli sforzi che compie la Confederazione nella direzione indicata dal GSse devono essere integrati in un sistema di sicurezza responsabile, dove non si può fare a meno di un esercito credibile. Senza di esso una politica di pace all'estero in missioni armate sarebbe del tutto irrealizzabile.

Tra le misure previste dal governo per promuovere la pace vi è anche quella di un corpo di specialisti. Ma la seconda iniziativa del GSse chiedeva di più: la costituzione di un servizio civile per la pace. un'iniziativa, ha sottolineato il democristiano zughese Perter Bieri, che non e sostenuta nemmeno dalle organizzazioni non governative, che non vogliono subire la concorrenza dello Stato in questo settore. Per la socialista ginevrina Christiane Brunner, invece, l'iniziativa conferisce una nuova dimensione al servizio civile. Al voto finale solo la sinistra ha votato contro il decreto federale che chiedeva di respingere la proposta.

Per Schmid l'iniziativa è oramai sorpassata. Il governo ha già elaborato un programma per la creazione di un corpo d'esperti per la promozione della pace: in caso di bisogno, fino a cento persone potranno essere inviate in missione. A ciò si aggiungono gli sforzi compiuti dal Dipartimento degli esteri con i vari centri specializzati istituiti a Ginevra.

Per i promotori, la bocciatura delle due iniziative al Consiglio degli Stati costituisce un'occasione mancata. Secondo il GSse, la Camera alta ha compiuto un errore «storico» poiché ha preferito rimanere fedele a un esercito superato e costosissimo. Gli investimenti fatti in questo settore non rispondono alle sfide future che ci attendono.

Delusione anche per quanto attiene alla seconda iniziativa, che propugnava l'istituzione di un servizio civile a favore della pace: la creazione di un tale servizio civile, si legge in un comunicato dell'Associazione per un servizio civile a favore della pace, avrebbe colmato il divario tutt'ora esistente tra diplomazia e intervento umanitario d'urgenza.

swissinfo e agenzie

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