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Meno tasse per chi è bravo

Le tasse universitarie "al merito" piacciono poco agli studenti Keystone

All'università chi ha dei buoni voti dovrebbe pagare meno tasse d'iscrizione: l'idea è nata negli ambienti padronali, ma gli atenei non ne vogliono sapere e gli studenti preferirebbero che si parlasse di borse di studio.

Questo contenuto è stato pubblicato il 28 giugno 2008 - 17:57

Benoît Gaillard, copresidente della Federazione delle associazioni studentesche dell'Università di Losanna, taglia corto: la proposta è assurda. «Non rappresenta nemmeno una possibile base di discussione. Si tratta solo di un'altra provocazione montata ad arte da economiesuisse [Federazione delle imprese svizzere, ndr.]».

Un mini sondaggio realizzato a Friburgo da Uniflash, la televisione dell'università, conferma questa posizione: le tasse in base al merito sono un'ingiustizia. Se non devono essere uguali per tutti, allora che cambino in funzione del reddito dei genitori.

E gli studenti non sono i soli a pensarla così. Daniel Schönmann, segretario generale dell'Università di Friburgo, vede nella proposta di economiesuisse «una fiducia quasi cieca nel sistema dei premi», meccanismo che tra l'altro «non funziona veramente bene nemmeno nell'economia privata».

I vantaggi economici per gli atenei, poi, sarebbero pressoché nulli. Dalle tasse d'iscrizione, l'Università di Friburgo non ricava nemmeno il 10% delle sue entrate. Benoît Gaillard è addirittura convinto che gli effetti di tasse più alte per gli studenti meno brillanti sarebbero annullati dal calo del numero degli iscritti. In molti, infatti, si ritroverebbero nell'impossibilità di pagarsi gli studi.

Il sapere, un bene sociale

Nell'ottica di economiesuisse, lo studente con una buona formazione otterrà un buon lavoro e sarà il primo beneficiario dei suoi studi, pagati in parte dalla collettività. È quindi giusto che metta mano al borsellino.

Un argomento che non piace per niente a Benoît Gaillard. Per lui, il livello di formazione è un bene sociale, non individuale. Chi ha fatto degli studi un giorno potrebbe ad esempio mettere in piedi un'azienda e dare lavoro ad altre persone.

«Il livello medio di formazione di una società è facilmente correlabile al livello di ricchezza, di produttività, di benessere...», afferma il rappresentante degli studenti. Per questo, le scuole universitarie dovrebbero contribuire a «aumentare la massa di conoscenze a disposizione della società», piuttosto che insistere sui principi del mercato.

«Non vogliamo una selezione economica degli studenti», conferma Daniel Schönmann. «Sono i migliori che devono andare avanti, non i più ricchi».

Il sistema proposto da economiesuisse premierebbe solo quelli che hanno già avuto la possibilità di dimostrare la loro bravura. «È un approccio a posteriori», deplora Gaillard. «Sarebbe meglio pensare ad un sistema di borse d'incoraggiamento per chi ha potenzialmente i numeri per riuscire e non può consacrarsi completamente agli studi perché è costretto a lavorare».

Premio per l'eccellenza

Borse d'incoraggiamento? Il Politecnico federale di Zurigo ha scelto un'altra strada. Seguendo l'esempio di Losanna, propone delle borse di studio per il master a studenti che si sono distinti durante il bachelor.

Ogni anno, il politecnico concederà una quarantina di queste borse. Il montante massimo è fissato a 21'000 franchi, il costo di un anno di vita a Zurigo.

«Questa iniziativa è stata presentata come una novità straordinaria, ma non si tratta di nient'altro che dell'occasione offerta a certuni di consacrarsi completamente agli studi», commenta Benoît Gaillard. «E questo dimostra che l'attuale sistema di borse di studio non permette di pagare l'eccellenza».

A ben guardare, non permetterebbe nemmeno di pagare l'ordinario: in media nazionale, le borse di studio sono di 500 franchi il mese, con grandi disparità tra i cantoni. In molti casi, quest'ultimi preferiscono prestare che dare. Così, molti neolaureati entrano nella vita attiva con decine di migliaia di franchi di debiti.

Per una legge unitaria

«Abbiamo un problema col sistema delle borse», ammette Daniel Schönmann. Purtroppo, l'accesso agli studi dipende ancora troppo «dalla situazione economica degli studenti».

Lo scorso anno, gli studenti hanno deciso di prendere il toro per le corna e hanno preparato un progetto di legge che unificherebbe gli attuali 26 sistemi cantonali di sostegno agli studi.

L'iniziativa ha suscitato soltanto l'interesse della sinistra. In piena campagna elettorale per le legislative, gli altri partiti hanno preferito concentrarsi sui temi cari al loro elettorato tradizionale.

Gli studenti, però, non demordono e stanno cercando di convincere i direttori cantonali della pubblica educazione a prendere in considerazione il loro testo. Secondo le associazioni studentesche, rientrerebbe bene nel concordato che i cantoni stanno elaborando con l'obiettivo di raggiungere uno standard comune nel settore dell'educazione.

swissinfo, Marc-André Miserez
traduzione, Doris Lucini

Cari studi

In Svizzera i titolari di un diploma accademico sono il 25% della popolazione. Una proporzione comparabile a quella della Francia e più alta di quella tedesca o austriaca (20% circa). Per contro, la Svizzera non raggiunge le quote dei paesi scandinavi, degli Stati uniti o della Corea del Sud (tra il 30 e il 50%).

Le tasse universitarie sono piuttosto basse: dai 1'000 ai 2'000 franchi l'anno (4'000 per l'Università della Svizzera italiana). Pagano nettamente di più gli studenti giapponesi, coreani o americani (dai 5'000 ai 10'000 franchi).

Tuttavia, in media gli studenti svizzeri sono «poveri». Chi non può contare su dei genitori facoltosi ha diritto ad una borsa di studio o a dei prestiti rimborsabili (generalmente senza interessi). Uno studente su dieci riceve in media poco più di 6'000 franchi l'anno, cifra in costante calo dal 1993. Poiché per vivere servono 1'500 franchi il mese, molti studenti lavorano.

Stando alle cifre 2005 dell'OCSE, la Svizzera è poco generosa con le borse di studio: vi dedica soltanto il 3% delle spese per l'educazione, ovvero dieci volte meno della Danimarca, cinque dell'Austria, dell'Italia e della Germania e tre meno della Francia.

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