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Locarno e la memoria cinematografica

Emozioni in bianco e nero: il funambolo scampa per poco all'incendio doloso (fotofestival) swissinfo.ch

Proiezioni in bianco e nero e didascalie fra le scene, per ripercorrere la storia del cinema svizzero: la sezione "Cinema svizzero riscoperto" ha presentato, in un proprio spazio all'interno del Festival, una serie di pellicole restaurate. Dal più vecchio lungometraggio, prodotto a Ginevra nel 1918, a documenti da cinegiornale, Locarno apre le porte alla memoria visiva.

Questo contenuto è stato pubblicato il 11 agosto 2001 - 01:20

"Arena della morte" è il titolo del lungometraggio drammatico ritrovato recentemente negli archivi della Cineteca nazionale di Roma. Grazie al lavoro dei ricercatori svizzeri si è potuta identificare come copia di un'opera di Alfred Lind e prodotta in Svizzera, ritenuta scomparsa.

Il regista di origini danesi era sbarcato in Svizzera e aveva anche rilevato degli studi cinematografici già esistenti in un quartiere di Ginevra, dove realizzò gran parte delle scene interne. Il cinema svizzero ha dunque radici lontane, anche se non tutto è documentabile.

Certo il lavoro di ricostruzione della genesi di quest'opera è arduo e sembra, come la trama stessa, un giallo. Infatti si conoscevano gli attori, i luoghi, la trama, ma mancava il prodotto finale, la pellicola in nitrato che si riteneva ormai scomparsa.

Tanto più grande la sorpresa quando gli indizi hanno potuto essere ricollegati alla pellicola custodita nelle teche dell'istituzione italiana. In verità la copia romana non contiene titoli e didascalie originali, l'adattamento ha inoltre portato anche all'eliminazione di alcune scene della pellicola.

Eppure l'identificazione è univoca. "L'Arena della morte" è stato ritrovato e adesso anche restaurato, grazie all'impegno della Cineteca elvetica. Oltre ottant'anni dopo la sua realizzazione, un documento degli esordi della cinematografia torna sugli schermi del Kursaal locarnese.

La pellicola

La storia ha in verità degli elementi patetici: due bambini, Marie orfana di madre e accolta dalla duchessa Tamari, e il figlio di questa, Guido, vengono rapiti dalla casa signorile e finiscono in un circo. Chiaramente dimenticano le loro origini e vivono con tutta l'anima dentro all'ambiente circense, diventando l'attrazione principale con i loro numeri funambolici.

Dati per dispersi, vengono poi rintracciati dal cugino avido e malvagio che li vuole eliminare definitivamente per rimanere unico erede della duchessa. Il piano fallisce miseramente e i due, con gli occhi lucidi e i grandi gesti di una passione verace, si scambiano gli anelli e conducono la tenzone al dovuto lieto fine.

Certo il valore artistico è limitato, i luoghi comuni del dramma si cumulano, la recita enfatica, classica del cinema che precede il sonoro, fa sorridere il pubblico odierno e il tutto fa ricordare la necessità di un cinema di intrattenimento facile. Si tratta comunque dell'opera più vecchia di un certo respiro che testimonia di una produzione indigena.

Gli altri frammenti

Dopo il film principale, in una sequenza che ricorda le serate al cinematografo d'altri tempi, il programma è stato completato con alcuni frammenti di cinegiornale. Scene documentarie della montagna, il treno, una festa di marzo per invocare la primavera in Engadina...

Poco più che frammenti, ma testimonianze eccellenti di una documentazione folklorica e turistica, istruttiva e anche innovativa per il mezzo di comunicazione utilizzato.

E il senso della proiezione a Locarno è soprattutto simbolico: sono ritagli eccellenti della genesi della settima arte nel nostro paese a cavallo della Prima Guerra mondiale.

Daniele Papacella, Locarno

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