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Le ultime Olimpiadi di Sergei, lo judoka

Sergei Aschwanden tornerà da Pechino con una medaglia olimpica?

Lo judoka di Losanna Sergei Aschwanden si prepara a vivere, il prossimo mese di agosto, le sue ultime Olimpiadi. Eliminato al primo turno a Sydney e ad Atene, spera di conquistare la medaglia che ancora gli manca. Incontro sulle colline di Macolin.

Questo contenuto è stato pubblicato il 09 luglio 2008 - 16:35

Tuta sportiva grigia, con tasche e cappuccio, scarpe da ginnastica ai piedi: Sergei Aschwanden si presenta avvolto in una comoda tenuta al piccolo bar-ristorante della scuola federale di sport di Macolin.

Macolin è un po' come casa sua: ogni tre passi scambia quattro chiacchiere con gli altri atleti e qualche funzionario dell'Ufficio federale dello sport. È ormai da qualche anno che lo judoka vive sulla collina che sovrasta il lago di Bienne e che si allena duramente sul "tatami" (tradizionale pavimentazione giapponese composta da pannelli in paglia di riso intrecciata e pressata) riservato all'élite svizzera. Professionista da oltre dieci anni, Sergei regna senza rivali sullo judo svizzero.

A poche settimane dalle Olimpiadi cinesi, l'atleta è sorridente e disteso. Quando lo incontriamo, ha da poco terminato un soggiorno di tre settimane in una cassa d'ossigeno (camera di 10 metro quadri), dove stava circa 17 ore al giorno. "È come fare uno stage in altitudine, ma era l'unica soluzione per avere dei partner di allenamento nel corso della giornata".

Questo "isolamento" forzato (300 ore per ottenere l'effetto desiderato) gli ha permesso di fare un grande lavoro su se stesso. E di iniziare l'ultima fase della sua preparazione in tutta tranquillità. Nulla a che vedere con il "circo" di quattro anni fa, prima di partire per Atene.

"È tutto molto diverso – riconosce Sergei – rispetto al 2004. In quell'occasione ero campione d'Europa e vice-campione del mondo. Le aspettative erano dunque diverse e la pressione enorme. Oggi, e probabilmente anche grazie ai campionati europei di calcio, mi posso allenare in tutta serenità e normalità".

Allenamenti all'estero

Passato, poco meno di un anno fa, dalla categoria di peso inferiore agli 81 kg a quella inferiore ai 90 kg, Sergei Aschwanden segue alla lettera il programma che lui stesso ha stabilito. Sono comprese, nella preparazione atletica, incessanti trasferte all'estero (Messico, Minsk e Madrid) per potersi allenare con partner di qualità. La Svizzera funge da spiaggia tranquilla per riprendere le forze.

"Il programma – spiega lo sportivo – può cambiare in funzione di eventuali ferite e delle competizioni di verifica alle quali prendo parte. Una cosa è sicura: parto in Giappone il 20 luglio, per acclimatarmi alle nuove condizioni senza soffrire gli effetti dell'inquinamento. In Giappone, inoltre, lo judo è una disciplina regina, per cui potrò allenarmi con atleti di alto livello quando e quanto vorrò".

Sergei Aschwanden arriverà a Pechino il 4 agosto, ossia nove giorni prima il debutto delle competizioni di judo. A parte la cerimonia di inaugurazione dei Giochi olimpici, non vedrà altro che il villaggio olimpico e la sala di allenamento.

"Ho bisogno di sentire l'atmosfera della sala dove svolgerò le gare. Prima di combattere – spiega – non ascolto mai della musica. Altrimenti non posso concentrarmi. E a Pechino devo essere pronto, perché sono i miei ultimi Giochi olimpici".

Il lato africano della vita

Consapevole di essere a un passo dalla fine della sua carriera (ha annunciato di voler partecipare anche ai Mondiali del 2009, ndr), Sergei Aschwanden non vuole caricarsi sulle spalle troppa pressione.

"Occorre relativizzare. Se le Olimpiadi e una medaglia costituiscono gli obiettivi del momento - sottolinea - so benissimo che nella vita non c'è solo lo judo. Mia madre è originaria del Kenya e in Africa vive il mio fratellastro, a cui sono vicino. Seguo molto attentamente che cosa succede in questa parte del mondo, perché i problemi politici hanno un impatto sulla vita delle persone che conosco e che mi sono care. Si impara a relativizzare e a dare un altro peso anche allo sport di alto livello".

Quattro anni fa, dopo l'immensa delusione alle Olimpiadi di Atene, è nel cuore dell'Africa e della sua famiglia che Sergei ha potuto ritrovare le energie necessarie per andare oltre. "Quando sono arrivato laggiù – racconta – le persone erano felici di vedermi, e se fossi stato campione olimpico l'accoglienza non sarebbe stata diversa. Ti prendono per quello che sei: sono contenti per te se conquisti una medaglia e triste in caso di sconfitta. Ma ci sono cose molto più importanti, come condividere un po' di tempo insieme a loro".

Il lato africano di Sergei si manifesta, per sua stessa ammissione, in una certa spensieratezza - che non significa affatto mancanza di disciplina – e in una buona dose di ottimismo, che gli permette di non perdersi d'animo quando le cose non vanno come dovrebbero.

"Godo di una buona salute. Ho due braccia, due gambe ed è già tantissimo". E con una medaglia olimpica attorno al collo? "Certo, sarebbe ugualmente bello"!

swissinfo, Mathias Froidevaux
(traduzione e adattamento dal francese Françoise Gehring)

Biografia

Sergei Aschwanden è nato il 22 dicembre 1975 a Berna, da padre urano e madre kenyana. Ha un fratello più grande di lui e una sorella più piccola. Prima di trasferirsi a Bussigny, vicino a Losanna, ha trascorso sette anni nella capitale federale.

Bambino pieno di energie, comincia lo judo all'età di sette anni, praticando nel contempo altre attività, come la musica e la danza (per cinque anni)

Cintura marrone all'età di dodici anni, perfeziona la tecnica allenandosi con gli adulti. Si consacra completamente a questa arte marziale dopo aver compiuto quindici anni.

Nel 1997, dopo aver ottenuto la maturità, decide di intraprendere una carriera sportiva professionale. Da allora non ha mai smesso di progredire. L'incontro con l'allenatore della nazionale Leo Held – arrivato nel 1996 – ha contribuito al suo successo.

Otto volte campione svizzero, Sergei Aschwanden ha vinto due titoli di campione d'Europa (2000 e 2003), tre medaglie di bronzo europee, una medaglia di bronzo e una d'argento ai mondiali del 2001 e del 2003.

Parla francese (con sua madre) e svizzero tedesco (con suo padre). I due genitori comunicano in inglese, lingua che conosce anche lo judoka.

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