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Le raffinerie svizzere si impegnano a non usare oro dall’Amazzonia brasiliana

Persone in cerca d'oro in una miniera illegale nella foresta amazzonica nei pressi di Itaituba, nello Stato di Para, in Brasile, il 21 agosto 2020. Copyright 2020 The Associated Press. All Rights Reserved.

I giganti dell’industria dell’oro svizzera hanno annunciato che non intendono usare oro estratto dai territori appartenenti alle tribù indigene nella foresta amazzonica brasiliana.

Questo contenuto è stato pubblicato il 29 luglio 2022 - 11:00
Dominique Soguel (testo), Pauline Turuban e Kai Reusser (grafici)

In una dichiarazione senza precedenti, le raffinerie svizzere hanno dichiarato che prenderanno “tutte le misure possibili a livello umano e tecnico per non estrarre, importare o raffinare oro illegale, incluso quello proveniente dal Brasile, tracciandolo o identificandone l’origine”. Inoltre, hanno sollecitato il governo brasiliano di Jair Bolsonaro a impegnarsi per proteggere l’ambiente e la popolazione indigena.

L’estrazione d’oro da parte di minatori non autorizzati è uno dei fattori che contribuiscono alla deforestazione dell’Amazzonia, avvelenando il terreno con il mercurio e violando territori tradizionalmente appartenenti agli indios. I dati sulle esportazioni del Brasile, come pure diversi studi accademici, sembrano indicare che molto di quell’oro passi per il territorio elvetico o sia comunque destinato alla Svizzera, uno dei principali attori nel commercio dell’oro globale.

“I nostri membri non hanno avuto difficoltà a impegnarsi a non toccare l’oro proveniente dalla regione amazzonica, perché non è il genere di attività in cui le raffinerie svizzere vogliano trovarsi invischiate”, ha spiegato Christoph Wild, presidente dell’Associazione svizzera di fabbricanti e commercianti di metalli preziosi (ASFCMPLink esterno), che ha firmato la dichiarazione del 27 giugno. Gli altri firmatari includono le raffinerie auree Argor-Heraeus, Metalor, MKS Pamp, PX Précinox e Valcambi. L’ASFCMP conta 13 membri, tra cui le maggiori raffinerie locali, la banca svizzera UBS e alcune piccole aziende di metalli preziosi.

In maggio, l’Associazione per i popoli minacciati (APM), una ONG per i diritti umani, ha organizzato un incontro tra i leader delle comunità indigene della regione amazzonica e alcuni rappresentanti dell’industria dell’oro. La conversazione è andata dalle violenze subite dalla popolazione indigena per mano dei minatori clandestini (detti garimpeiros) alle preoccupazioni ambientali, ora che il Paese sta prendendo in considerazione delle leggi per consentire l’attività mineraria anche nei territori degli indios.

Tra i problemi che hanno ostacolato la prosecuzione delle trattative ci sono stati i dati sulle esportazioni brasiliane, secondo cui ci sarebbe un flusso costante di oro che va dalla regione amazzonica alla Svizzera.

Wild, che ha preso parte all’incontro, ha dichiarato di trovare quei valori quantomeno discutibili: “In tutta onestà, non so se i dati sulle esportazioni o i dati statistici del Brasile siano corretti”, ha dichiarato a SWI swissinfo.ch. “Quello che posso dire è che le raffinerie svizzere non prendono la loro materia prima dall’Amazzonia”.

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I dati forniti dal Brasile indicano che, nel 2020 e 2021, la Svizzera avrebbe ricevuto cinque tonnellate d’oro dalla regione di Itaituba del Parà, uno stato nel nord del Brasile, attraversato dal Rio delle Amazzoni. Christoph Wiedmer, condirettore dell’APM, sostiene che queste cifre sottolineano l’esigenza di una maggiore trasparenza nella contabilità svizzera. Il Paese elvetico, infatti, segna solo quanto oro riceve da ciascun Paese ogni mese. I tentativi effettuati dalla APM per ottenere maggiori dettagli sulla sua provenienza si sono arenati in una battaglia legale con raffinerie d’oro interessate a mantenere la propria riservatezza.

A complicare l’enigma delle cinque tonnellate d’oro, aggiunge Wiedmer, le esportazioni da Itaituba alla Svizzera sembrano essersi interrotte dopo l’agosto del 2021. Quello stesso mese, la dogana dell’aeroporto di Zurigo ha confiscato 20 kg d’oro a una persona che andava da San Paolo a Dubai (noto centro di smercio dell’oro a rischio), facendo scalo nella città svizzera. L’avvenimento è stato riportato in primis dal giornale spagnolo La Vanguardia ed è ancora sotto indagine. Secondo Wiedmer, c’è da chiedersi se la Svizzera non venisse usata come tappa intermedia per coprire le origini dell’oro illegale, di modo che potesse passare per svizzero a Dubai.

 La trasparenza è fondamentale

“La trasparenza è fondamentale per ripulire il settore e per prevenire attività illegali, che distruggano l’ambiente, o la compravendita di prodotti frutto di violazioni dei diritti umani”, dice Wiedmer.

Per il Brasile, la Svizzera rappresenta il secondo mercato per le esportazioni dopo il Canada, in continua crescita. Nel 2020, le esportazioni d’oro brasiliane verso la Svizzera hanno toccato gli 1,01 miliardi di dollari, contro gli 1,89 miliardi di dollari del Canada. Secondo l’Osservatorio della complessità economica, al terzo posto ci sono gli Emirati Arabi Uniti, con 338 milioni di dollari.

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La Costituzione brasiliana sancisce il diritto a un ambiente ecologicamente equilibrato, con diversi trattati che ne tutelano le comunità indigene. Per decenni, però, quel diritto è stato in aperto conflitto con il continuo aumento della domanda d’oro. L’estrazione illegale dell’oro è responsabile di circa il 10% della deforestazione nella regione amazzonica.

Procuratori, procuratrici ed esponenti accademici brasiliani cercano da tempo una soluzione per ripulire la filiera aurea nel Paese. Secondo uno studio effettuato dalla ONG ambientale Instituto Escolhas, tra il 2015 e il 2020 il Brasile ha commerciato 229 tonnellate d’oro delle quali è stata dimostrata l’illegalità: un quantitativo pari a quasi la metà della produzione locale. Lo studio ha preso in esame l’oro proveniente da concessioni minerarie che andavano a sovrapporsi ai territori indigeni e ad aree protette, oltre che da concessioni “di comodo”, non legate a estrazioni specifiche ma che potrebbero essere state usate per riciclare oro sporco.

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“La foresta amazzonica brasiliana è piena di operazioni illegali per l’estrazione dell’oro”, dichiara un altro studio, svolto dal think-thank Igarapé Institute, che ha identificato 321 siti di attività minerarie illegali nei nove Stati che costituiscono la regione amazzonica. La principale difficoltà, per le autorità brasiliane, è che la regione amazzonica ha dimensioni simili a quelle del Portogallo, con fiumi al posto delle strade. Inoltre, la tutela della foresta amazzonica non è certo una priorità per il governo di Bolsonaro, il quale anzi ha proposto una legge che aprirebbe la strada alle attività minerarie nei territori indigeni poco protetti dalla Costituzione.

La sfida, per chi importa oro dal Brasile, incluse le raffinerie svizzere, è che l’oro estratto illegalmente entra molto presto nel mercato legittimo. Questo perché, quando un venditore o una venditrice dichiara l’origine del proprio materiale, ne viene data per scontata la buona fede. Persino delle società di sicurezza brasiliane sono state colte in flagrante nel dichiarare la falsa origine di alcuni beni.

“L’oro viene “legalizzato”, per così dire, subito dopo la sua entrata in commercio”, spiega Ana Carolina Haliuc Bragança, procuratrice federale di Manaus, una regione situata nel cuore della foresta pluviale, la quale ha contribuito in prima persona allo studio dell’Igarapé Institute. “Per chi acquista oro in Brasile, al momento, è molto difficile accertare che non venga dall’Amazzonia o che non sia frutto di operazioni illegali”.

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Traduzione dall'inglese, Camilla Pieretti

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