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La partenza di Schmid, una sfida per l'UDC

Keystone

Samuel Schmid appartiene ormai al passato. Chi lo rimpiazzerà? L'Unione democratica di centro vuole il seggio vacante, gli altri partiti pongono delle condizioni.

Questo contenuto è stato pubblicato il 13 novembre 2008 - 16:31

L'Unione democratica di centro (UDC, destra nazional-conservatrice) è il più grande partito del paese, ma non ha rappresentanti in governo. Eppure al momento della loro elezione, sia Samuel Schmid, sia Eveline Widmer-Schlumpf erano membri del partito. L'ala dura dell'UDC, però, ha fatto di tutto per cacciarli ed è nato così il Partito borghese democratico (PBD) che ha dato una nuova patria politica ai due consiglieri federali.

Le dimissioni del ministro della difesa riaprono i giochi. Tradizionalmente, un consigliere federale uscente è sostituito da un membro del suo stesso partito. Ma è assai poco probabile che questo accada nel caso del PBD, partito troppo giovane e troppo piccolo per rivendicare un secondo rappresentante in governo.

«Il PBD non è ancora stato confrontato con delle elezioni», spiega il politologo Oscar Mazzoleni. «Inoltre, non sono mai stati eletti membri del governo che non potevano contare su un gruppo parlamentare e su un partito affermato a livello nazionale».

Del resto, lo stesso PBD ha annunciato che non si butterà nella mischia per la conquista del posto lasciato libero da Schmid.

La legge della concordanza

Il ritiro dalla scena politica di Samuel Schmid rappresenta per l'UDC l'occasione di tornare in governo. In linea di massima, gli altri partiti non hanno niente in contrario. In effetti, nelle ultime elezioni legislative, l'UDC ha ottenuto quasi il 30% dei voti: è il più grande partito del paese e può legittimamente reclamare due dei sette seggi in Consiglio federale.

I numeri, però, non sono l'unico criterio. Per entrare in governo è necessario essere in grado di collaborare con gli altri partiti e rispettare il sistema di concordanza, uno dei pilastri della politica svizzera.

Sono stati proprio i continui strappi alla regola della concordanza a costare al tribuno dell'UDC Christoph Blocher il suo posto di ministro. Stanco di vederlo giocare contemporaneamente la carta del potere e quella dell'opposizione, nel dicembre del 2007 il parlamento si è rifiutato di rieleggerlo.

Oggi, gli altri tre storici partiti di governo non hanno nessuna voglia di rivivere quella situazione. Per questo pongono delle condizioni al ritorno in governo dell'UDC. «Deve abbandonare la sua politica d'opposizione», ha ad esempio dichiarato il presidente del Partito liberale radicale Fulvio Pelli.

I presidenti del Partito socialista e del Partito popolare democratico, Christian Levrat e Christophe Darbellay, aggiungono una condizione supplementare: per governare, l'UDC dovrà sostenere gli accordi bilaterali con l'Unione europea.

Scelta difficile

Dal canto suo, il presidente dell'UDC, Toni Brunner, ha dichiarato che il suo partito vuole tornare in governo. Brunner non si è però ancora espresso sul nome dei possibili candidati ufficiali. Sta alle sezioni cantonali proporre dei nomi; poi la palla passa al gruppo parlamentare, che avrà l'ultima parola.

Ma è già chiaro che per riconquistare uno dei seggi perduti, l'UDC dovrà proporre un candidato in grado di ottenere l'approvazione della maggioranza dei parlamentari; in altre parole, un candidato moderato e non uno dei falchi del partito.

«Il punto è sapere se l'UDC è davvero intenzionata a ripresentarsi come partito di governo. Riuscirà a mettersi d'accordo su un candidato? Una soluzione potrebbe essere quella di presentare due o tre candidati ufficiali; di questi almeno uno dovrebbe essere considerato moderato dagli altri partiti», afferma Oscar Mazzoleni.

Ma agli occhi dei dirigenti dell'UDC, la forte progressione registrata alle ultime elezioni è dovuta proprio a Christoph Blocher e alla politica dell'ala dura del partito. Con l'elezione di un democentrista moderato, il parlamento non rispetterebbe né la volontà popolare, né la linea politica della maggioranza dell'UDC. Con queste premesse, andare all'opposizione è una scelta quasi obbligata.

Elettori perplessi

Il problema è che questa politica d'opposizione, inaugurata dall'UDC dopo la non rielezione di Blocher, è tutt'altro che portatrice di buoni frutti. Gli elettori dell'UDC sono sempre più perplessi di fronte ad un partito che sembra cambiare idea in continuazione, come nel caso dei rapporti bilaterali con l'Unione europea. Nelle urne – è successo a Sciaffusa – questa evoluzione si sta traducendo in una perdita di voti.

La partenza di Samuel Schmid, mette dunque il partito di fronte ad una scelta difficile: annacquare i suoi propositi per tornare al potere o accettare le insidie presenti sul cammino dell'opposizione.

La decisione non potrà essere rimandata a lungo. L'UDC è ormai giunta al bivio. «È obbligata a scegliere», conclude Oscar Mazzoleni. «O si presenta come partito di governo, o come partito d'opposizione».

swissinfo, Olivier Pauchard
(traduzione e adattamento, Doris Lucini)

Blocher non si sbilancia

In un'intervista trasmessa da Teleblocher, il tribuno dell'UDC ha detto di non aver ancora pensato ad una sua eventuale candidatura al seggio lasciato libero da Samuel Schmid. «Se me lo chiederanno ci rifletterò. È il gruppo UDC alle Camere federali che deve decidere».

Tuttavia, ha aggiunto Blocher, «sarei contento se non dovessi ritornare in governo». In precedenza, il 68enne ex ministro di giustizia aveva sempre dichiarato di essere pronto a rientrare in Consiglio federale.

«Ma non si può presentare un candidato che nessuno vuole», ha aggiunto alludendo all'ostilità manifestata nei suoi confronti dalla maggioranza dei parlamentari.

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