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La cooperazione internazionale della Svizzera nel 1999

Importante sforzo in Kosovo lo scorso anno della Direzione dello sviluppo e della cooperazione: nell'immagine d'archivio la centrale di Pristina Keystone

164 milioni di franchi supplementari destinati in gran parte alle vittime della crisi nel Kosovo.

Questo contenuto è stato pubblicato il 29 maggio 2000 - 16:46

Sviluppo sociale e lotta contro la povertà nel sud del mondo, aiuto umanitario nel Kosovo, ricostruzione della Bosnia-Erzegovina e sostegno ai cosiddetti paesi in transizione dell’Europa dell’est, rappresentano i settori d’intervento della cooperazione internazionale ed assorbono il 3 percento delle spese della Confederazione.

Secondo il Rapporto annuale pubblicato congiuntamente dalla Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) e dal Segretariato di Stato dell'economia (seco), lo scorso anno l'aiuto pubblico allo sviluppo fornito dalla Svizzera ha raggiunto, con 1'465 milioni di franchi, pari allo 0,35 percento del prodotto interno lordo (1998: 0,32 percento; 1997: 0,33 percento), il livello più alto degli ultimi 6 anni.

Dei 164 milioni supplementari oltre 110 sono serviti a fronteggiare la crisi nel Kosovo, che ha finito per assorbire più risorse del previsto. La somma è servita a finanziare in particolare le azioni dirette del Corpo svizzero di aiuto in caso di catastrofe e gli interventi di organizzazioni umanitarie partners, ma anche a sostenere i bilanci pubblici e l'opera di ricostruzione nei paesi interessati.

Malgrado l’incremento dettato da fattori straordinari come la crisi nel Kosovo, neppure lo scorso anno si è comunque raggiunto l'obiettivo politico di destinare lo 0,4 percento del PIL all'aiuto pubblico allo sviluppo. Percentuale che, nei limiti fissati dal Parlamento per il riequilibrio delle finanze federali, nei prossimi anni rischia persino di ridiscendere al livello registrato negli anni 1997 e 1998.

A questi importi vanno poi ad aggiungersi 111 milioni spesi a favore di 12 paesi dell'Europa centrale ed orientale, compresa la Comunità degli Stati indipendenti (CSI), che in base alle regole stabilite dall'OCSE, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, non possono però essere contabilizzati come aiuto pubblico allo sviluppo.

Per quanto riguarda la ripartizione dei fondi a disposizione, la DSC ha speso 814 milioni di franchi (1998: 787) per la cooperazione allo sviluppo (dei quali 310 milioni per la cooperazione finanziaria multilaterale, un compito realizzato in comune con il seco), 304 milioni (1998: 224) per l'aiuto umanitario e 73 milioni (1998: 49) per la cooperazione con i paesi dell'Europa centrale ed orientale. Dal canto suo, il Segretariato di Stato dell'economia ha destinato 98 milioni di franchi (113 nel 1998) alle misure di politica economica e commerciale e 105 milioni a favore dei paesi dell'Europa dell'Est e della CSI (88 nel 1998).

La lotta contro la povertà resta una delle principali preoccupazioni dell'aiuto svizzero allo sviluppo. Le attività della DSC tengono oggi maggiormente conto della situazione sociale dei paesi in via di sviluppo, ponendo l'accento sulla formazione, la sanità, la sicurezza alimentare la creazione di posti di lavoro. Dai progetti descritti nel Rapporto (Bolivia, Nicaragua, Vietnam, Madagascar, India) emerge una nuova filosofia orientata verso un più alto grado di coinvolgimento nella lotta contro la povertà delle persone più svantaggiate. Il programma del seco, che persegue lo stesso obiettivo, insiste in particolare sul rafforzamento delle capacità commerciali dei paesi in via di sviluppo mediante un aiuto alla negoziazione, un sostegno al commercio estero e la promozione delle importazioni.

Per quanto riguarda l'aiuto umanitario svizzero prima, durante e dopo il conflitto nel Kosovo, in seguito al grande aumento della violenza a partire dal giugno 1998 la Svizzera ha potenziato l'aiuto d'emergenza, estendendolo anche ad Albania e Macedonia. Durante il conflitto l'operazione Focus, iniziativa promossa da Berna alla quale hanno aderito in seguito Russia, Grecia ed Austria, ha permesso di alleviare in parte le conseguenze del vuoto umanitario creatosi nella provincia serba a maggioranza albanese. Dopo il conflitto le priorità si sono spostate sulla creazione di alloggi in vista dell'arrivo dell'inverno, sul sostegno al rimpatrio dei profughi e sul programma di rilancio dell'agricoltura.

Oltre quattro anni dopo la fine del conflitto, la Bosnia-Erzegovina è ancora uno Stato fragile e l'azione della Svizzera nella ricostruzione economica, politica e sociale di questo paese costituisce un importante contributo al lavoro di rappacificazione. I progetti in settori cruciali per il rilancio economico, come l’energia elettrica, le telecomunicazioni e l'approvvigionamento di acqua potabile, nonché nel campo dell'assistenza psicologica alle vittime della guerra, danno un’idea della diversità che caratterizza la cooperazione con l'Europa dell'Est.

Stefano Castagno

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