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Storia

L'antisemitismo in Svizzera

Molte persone tendono a usare argomentazioni antisemite durante le crisi. Questo accade da secoli. Anche la Svizzera ha una lunga storia in questo senso, tra la diffusione di stereotipi antisemiti e il lavoro di memoria.

Questo contenuto è stato pubblicato il 03 ottobre 2022 - 13:19
David Eugster (testo), Skizzomat (illustrazione)

"Come già successo secoli fa, la pandemia sta facendo riaffiorare gli stereotipi antisemiti", ha dichiarato nel 2021 Jonathan Kreutner, segretario generale della Federazione svizzera delle comunità israelite (FSCI), nel bel mezzo della pandemia di Covid-19.

Nel 2021, la FSCI e la Commissione federale contro il razzismo hanno pubblicato un rapporto sull'antisemitismo, nel quale affermano che anche nelle crisi attuali il bisogno di capri espiatori è soddisfatto dall'antisemitismo: "Come in passato, gli ebrei e le ebree vengono identificati molto rapidamente come i/le colpevoli".

Gli stereotipi antisemiti si manifestano regolarmente anche in Svizzera. Secondo un sondaggio condotto dall'Ufficio federale di statistica nel 2020, il 39% della popolazione è incline a tali stereotipi: queste persone considerano gli individui di fede ebraica come avidi di potere, avidi di denaro e radicali a livello politico.

Il dibattito sugli averi non rivendicati s'infiamma

Esaminando la politica svizzera in materia di persone rifugiate durante la Seconda guerra mondiale, emerge chiaramente che dalla fine del XIX secolo il trattamento riservato agli ebrei e alle ebree è stato plasmato dalle strategie della polizia degli stranieri, il cui scopo era di proteggere il Paese dall'"inforestierimento ebraico".

Eppure, anche dopo i primi articoli giornalistici degli anni Sessanta, l'Olocausto è rimasto a lungo un tema poco discusso in Svizzera. Ma nel 1995 il Paese ha dovuto fare i conti con il proprio passato. Tutto è iniziato con una causa intentata negli Stati Uniti da persone sopravvissute all'Olocausto a cui era stato impedito di accedere ai conti a cui avevano diritto presso le banche svizzere.

Alla fine, le banche svizzere si sono impegnate a versare 1,25 miliardi di franchi agli individui sopravvissuti all'Olocausto e alla loro discendenza. A ciò ha fatto seguito un lavoro senza precedenti sulla storia svizzera durante la Seconda guerra mondiale, in particolare con il cosiddetto "Rapporto Bergier".

All'epoca, la Svizzera era divisa: in un sondaggio realizzato dalla Società svizzera di radiotelevisione SSR nel 1997, il 53% delle persone partecipanti ha ritenuto che le richieste avanzate alla Svizzera fossero del tutto legittime. Al contrario, il 47% sosteneva che bisognava respingerle.

Anche l'allora consigliere federale Jean-Pascal Delamuraz ha descritto le richieste come un "ricatto (...) da parte di certi ambienti" che volevano "destabilizzare" la piazza finanziaria svizzera, riprendendo così gli stereotipi antisemiti dell'ebreo avido. Una posizione applaudita in numerose rubriche giornalistiche dedicate alle lettere di lettrici e lettori.

La Commissione contro il razzismo in Svizzera ha rilevato che durante il dibattito è emerso in modo più marcato un antisemitismo che prima era più celato.

Le origini dell'antisemitismo

L'odio nei confronti delle persone di fede ebraica ha origine nel Medioevo: in quel periodo si sviluppò in Europa un antigiudaismo a sfondo religioso ed economico, le cui immagini circolano ancora oggi. Gli ebrei e le ebree furono ostracizzati e perseguitati in quanto portatori di malattie, assassini di bambini e usurai. Nel XV secolo, queste persone furono espulse dalla maggior parte delle città della Svizzera, come nel resto d'Europa.

Il riconoscimento degli ebrei come uomini svizzeri con pari diritti incontrò ancora qualche resistenza nel XIX secolo. Gli oppositori li denigravano come eredi di Giuda, che avevano tradito il Cristo. Fino al 1866, sono stati giuridicamente trattati come degli stranieri. Rispetto ad altri Paesi europei, la loro emancipazione in Svizzera è stata piuttosto tardiva.

In seguito, l'odio per le persone di fede ebraica si è trasformato da avversione religiosa a spiegazione dei problemi della modernità: sono state accusate di essere responsabili dei cambiamenti indesiderati e l'immagine medievale dell'ebreo avido si è adattata al progresso.

L'antisemitismo non si limita a determinate tendenze politiche o appartenenze di classe. Talvolta, anche le critiche della sinistra a Israele sconfinano nella demonizzazione antisemita. Erik Petry, direttore del Centro di studi ebraici dell'Università di Basilea, spiega che "spesso c'è una miscela tossica che non si fonda su una critica alla politica dello Stato, bensì sulla supposizione che alla base ci sia un comportamento immorale che abbia a che vedere con il fatto di essere ebreo".

O come ha detto a swissinfo.ch Dina Wyler, che fino a poco tempo fa lavorava presso la Fondazione contro il razzismo e l'antisemitismo: "L'antisemitismo è un trasformista. Si adatta sempre alle narrazioni attuali e spesso si manifesta attraverso un linguaggio figurativo o parole in codice così da rimanere 'presentabile'".

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