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In Svizzera, le terapie di conversione continuano a provocare traumi psicologici

Le persone che hanno vissuto terapie di conversione possono trovare sostegno presso Antenne LGBTI Genève, che intende riconciliare spiritualità e minoranze sessuali o di genere. Thomas Kern/swissinfo.ch

Contrariamente a molti Paesi, la Svizzera non intende vietare le terapie di conversione, che pretendono di “curare l’omosessualità”. Queste terapie, spesso praticate tra le mura delle Chiese evangeliche libere, continuano a esistere. Alcune vittime raccontano il loro lento percorso di ricostruzione.

Questo contenuto è stato pubblicato il 17 maggio 2022 minuti

“Ero in ginocchio, in mezzo a un cerchio di persone che urlavano per far uscire il demone dell’omosessualità dal mio corpo. Se non fosse successo niente non avrebbero smesso. Ero così sfinito psicologicamente che le lacrime avevano cominciato a rigarmi il viso: secondo loro ero guarito”. Mario, 29 anni, racconta con naturalezza le numerose terapie di conversione subite tra il 2009 e il 2014.

Di origini libanesi, Mario arriva a Ginevra all’età di 13 anni. È l’unico maschio di cinque figli, e i genitori nutrono grandi aspettative nei suoi confronti. La famiglia è molto religiosa e frequenta una Chiesa evangelica liberaLink esterno ginevrina. “La nostra cultura non tollera l’omosessualità”, spiega il ragazzo.

Nonostante ciò, all’età di 16 anni Mario decide di parlare della sua omosessualità con i genitori. “Ho detto loro: ‘Sono gay, ma non preoccupatevi: me la sbrigo io’”, racconta. Il ragazzo sceglie quindi di cambiare e cerca aiuto negli ambienti della Chiesa evangelica libera ginevrina. Sedute di esorcismo, gruppi di parola, digiuni: l’ampio ventaglio di pratiche offertegli assume le forme più disparate, con la promessa di “curare la sua omosessualità”.

“Provavo un fortissimo senso di colpa, disprezzo e addirittura odio nei confronti di me stesso”

Mario

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All’inizio Mario ci crede e accetta persino di raccontare il suo percorso in Chiesa. Malgrado le preghiere, il ragazzo si accorge che il suo orientamento sessuale non cambia. “Provavo un fortissimo senso di colpa, disprezzo e addirittura odio nei confronti di me stesso”, racconta. Il giovane è turbato, non esce più di casa e comincia a pensare al suicidio. “Ero diventato uno zombie”, così Mario riassume quel periodo.

Mario, 29 anni, che partecipa agli incontri di Antenne LGBTI Genève, ha vissuto diverse terapie di conversione tra il 2009 e il 2014. Thomas Kern/swissinfo.ch

Nel 2014, completamente esausto, Mario decide finalmente di lasciare l’ambiente evangelico. Comincia quindi un lento percorso di ricostruzione. “Oggi accetto il mio orientamento affettivo, ma ho perso un sacco di tempo. Devo imparare ad amarmi e a permettermi di vivere i miei sentimenti”, rivela il ragazzo.

La Confederazione non vuole legiferare in materia

Molti Paesi cominciano a vietare le terapie di conversione, fortemente smentite dalla scienza e paragonate ad atti di tortura da un esperto indipendente delle Nazioni UniteLink esterno. Brasile, Argentina e Malta hanno già fatto un passo in questa direzione qualche anno fa. Più di recente, Germania, Canada e Francia hanno introdotto divieti specifici.

La religione in Svizzera

In Svizzera la libertà religiosa è un diritto fondamentale garantito dalla Costituzione federale. Il gruppo confessionale più rappresentato è quello della Chiesa cattolica romana, con più del 34,4 % della popolazione, seguita dalla Chiesa evangelica riformata (22,5 %). Entrambe le comunità religiose sono riconosciute dal diritto pubblico, tranne che nei Cantoni Ginevra e Neuchâtel. Il 6 % della popolazione appartiene ad altre comunità cristiane, tra le quali figurano i movimenti evangelici liberi.

Le differenze tra Chiesa evangelica riformata e i movimenti evangelici liberi sono importanti e la questione dell'omosessualità è una di queste. La Chiesa evangelica riformata si è ad esempio espressa a favore della legge che ha introdotto il matrimonio per tutti e tutte, approvata dall'elettorato svizzero nel settembre 2021.

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La Svizzera, tuttavia, non intende seguire la tendenza internazionale. Alcuni Cantoni hanno deciso di legiferare in questo senso, tra cui Ginevra, Vaud e Berna. Ciò che Mario ha dovuto sopportare, però, non è ancora formalmente vietato a livello nazionale, sebbene numerose iniziative parlamentari ancora da trattare invochino il divieto di tali pratiche.

Finora il GovernoLink esterno ha sempre ritenuto che la legislazione attuale sia sufficiente per prevenire questo genere di abusi, poiché essa vieta di imporre un trattamento a una persona minorenne senza il suo consenso (art. 19c cpv. 2 CCLink esterno).

Accompagnare, sensibilizzare e vietare

Quello di Mario, tuttavia, è ben lungi dall’essere un caso isolato. Il ragazzo ha trovato sostegno presso l’Antenne LGBTI GenèveLink esterno (lesbiche, gay, bi, trans, intersex) della Chiesa protestante, una piattaforma di informazione e dialogo su temi religiosi destinata alle minoranze sessuali e di genere. Questa organizzazione accoglie molte altre persone che hanno subito una forma di terapia di conversione.

In Svizzera sarebbero migliaia le persone che vivono esperienze di questo tipo. Secondo Adrian Stiefel, responsabile della piattaforma ginevrina, risulta però impossibile fornire cifre precise su questo fenomeno, soprattutto perché tali pratiche vengono chiamate con altri nomi. Le organizzazioni che le propongono, per esempio, offrono "corsi" o "gruppi di parola" per ritrovare una sessualità sana.

Stiefel stesso ha vissuto questa esperienza: “A 19 anni sono andato negli Stati Uniti per seguire una settimana di ‘terapia per sbarazzarsi dei disturbi identitari e sessuali’, animata da un pastore-psichiatra. Un misto di preghiere, esorcismi e analisi”.

Adrian Stiefel, responsabile di Antenne LGBTI Genève, ha vissuto a sua volta una terapia di conversione, quando aveva 19 anni. Thomas Kern/swissinfo.ch

Oggi Stiefel accompagna altre vittime e si batte in favore del divieto di qualsiasi pratica volta a modificare l’orientamento sessuale o l’identità di genere. Legiferare in materia, tuttavia, non basterà a risolvere tutti i problemi, chiosa Stiefel. Il fatto è che molte persone si sottopongono a queste terapie volontariamente perché è stato insegnato loro che l’omosessualità è un male. “Non vanno dimenticati l’indottrinamento e la pressione esercitata dalla comunità”, afferma Stiefel.

Per questo motivo, Stiefel si batte anche per sviluppare l’accompagnamento di coloro che vivono queste situazioni e favorire la presa di coscienza delle comunità stesse. “Dobbiamo intavolare un dialogo con le istituzioni che offrono terapie di questo tipo, affinché abbandonino tali pratiche; un divieto, infatti, non impedirà a un pastore di pregare con un giovane nel suo ufficio per far sì che quest’ultimo diventi eterosessuale”, osserva Stiefel.

“Ero convinto che sarei cambiato”

La storia di Isaac de Oliveira, 25 anni, è un ottimo esempio per capire fino a che punto tali pratiche possano rivelarsi insidiose. Isaac è cresciuto in Vallese, Cantone conservatore, dove frequentava una Chiesa evangelica libera. A 15 anni si innamora di un ragazzo e si confida con un’animatrice di un oratorio cristiano. “Mi disse che era qualcosa di grave, che questo non era il piano che Dio aveva previsto per me”, racconta Isaac.

Il ragazzo, quindi, mette fine alla sua prima relazione e decide di lottare contro la sua omosessualità, da lui stesso considerata peccaminosa. Il pastore della sua parrocchia gli propone alcuni incontri nel suo ufficio. “Non aveva promesso di guarirmi, ma aveva subito cominciato ad analizzarmi. Riteneva che la mia omosessualità fosse dovuta alla mancanza di una figura paterna. Pregavamo assieme”, ricorda Isaac. Nel suo caso niente esorcismi né terapie vere e proprie, ma gli incontri fanno sprofondare il ragazzo in uno stato di totale sconforto e alimentano la sua volontà di diventare eterosessuale.

“Ero convinto che sarei cambiato, che avrei sposato una donna; ma non si realizzava niente di tutto ciò."

Isaac de Oliveira

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All’età di 18 anni, su consiglio del pastore, Isaac partecipa ai seminari dell’associazione evangelica Torrents de Vie, nel Canton Vaud. L’organizzazione offre accompagnamento alle persone che hanno vissuto “turbamenti sessuali”, come li definisce l’associazione stessa: quest’ultima si rivolge a persone omosessuali, ma anche a coloro che hanno subito abusi o sono dipendenti dalla pornografia. “Condividevamo le nostre esperienze e speravamo di cambiare”, racconta Isaac. Questo percorso lo conduce persino negli Stati Uniti, più precisamente a Nashville, dove frequenta una scuola evangelica. Anche lui, così, finisce per ritrovarsi in mezzo a una cerchia di persone che pregano Dio di farlo guarire.

Isaac de Oliveira, 25 anni, deve ancora battersi contro le conseguenze di una terapia di conversione. Karla Voleau

“Ero convinto che sarei cambiato, che avrei sposato una donna; ma non si realizzava niente di tutto ciò e vivevo momenti di dubbio durante i quali avevo voglia di incontrare altri uomini”, racconta Isaac. Dopo molte vicissitudini, il ragazzo decide di fare coming out. La famiglia lo appoggia. Isaac oggi dice di non rimpiangere nulla, ma non nega le cicatrici psicologiche di questo percorso. “Sto ancora combattendo alcune paure”, confessa.

“Una sorta di sanzione sociale”

Patrick*, 39 anni, desidera restare anonimo. Lui stesso ha lavorato come pastore per la gioventù presso una Chiesa evangelica libera e conosce bene la dottrina impartita. Ha represso da solo la propria omosessualità, senza sottoporsi a una vera e propria terapia di conversione. “Negli ambienti evangelici, l’omosessualità è una vocina tentatrice che va messa a tacere”, spiega Patrick.

Così l’uomo, padre di due figli, è stato sposato per 12 anni con una donna. Nel suo ruolo di pastore ha sempre cercato di evitare il tema dell’orientamento sessuale.

“Negli ambienti evangelici liberi, l’omosessualità è una vocina tentatrice che va messa a tacere.”

Patrick*

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Dopo aver avviato le pratiche per il divorzio, nel 2017 ha intrapreso un processo per rimettersi in discussione prima di rivelare gradualmente la propria omosessualità alle persone della sua cerchia. Da quel momento, i suoi rapporti con la Chiesa si sono incrinati. “Vi è una sorta di sanzione sociale. Per esempio, le altre famiglie della comunità hanno smesso di invitarmi”, osserva Patrick. Dopo aver pubblicato sui social media alcuni contenuti a favore del matrimonio per tutte e tutti si è persino dimesso dai ruoli coperti in seno alla Chiesa.

A suo modo di vedere, il divieto delle terapie di conversione risolverebbe solo una parte del problema, poiché tali terapie non sono altro che la punta dell’iceberg. Patrick ritiene che il vero problema risieda nella retorica delle Chiese evangeliche. “Non vi è alcuno spazio per la diversità. L’unico modello possibile è quello della coppia eterosessuale, nemmeno il divorzio è visto di buon occhio”, spiega Patrick. Secondo lui, per giungere a una soluzione le Chiese evangeliche stesse dovrebbero rimettersi in discussione. “Questo passo forse verrà compiuto sotto la spinta della gioventù”, auspica Patrick.

Il diritto all’“autodeterminazione sessuale”

Per il momento le istituzioni interessate non vedono il problema. La Rete evangelica svizzera (RES) si oppone al divieto delle terapie di conversione. In un comunicato, la RES ha recentemente dichiarato che una legislazione in materia rischierebbe di rivelarsi controproducente, limitando il diritto all’autodeterminazione sessuale, e di restringere la libertà di religione.

La RES ritiene inoltre che le misure che non causano problemi, come le offerte formative o i gruppi di parola, non vadano vietate, purché le persone vi partecipino volontariamente e senza aver subito pressioni, con l’intenzione di riflettere sulla propria identità sessuale in ottica cristiana.

*nome noto alla redazione

“Terapie” evolutesi nel corso della storia

Le pratiche volte a modificare l’orientamento sessuale esistono da molto tempo; hanno fatto la propria comparsa all’inizio del secolo scorso, come spiega Thierry Delessert, ricercatore in storia presso l’Università di Losanna. Le terapie di conversione, come vengono chiamate, hanno assunto forme diverse nel corso della storia, toccando livelli di atrocità più o meno elevati. “Per esempio, si è cercato di trapiantare il testicolo di un uomo eterosessuale su un uomo omosessuale, di somministrare trattamenti ormonali o di infliggere elettroshock”, precisa Delessert.

La versione moderna di tali pratiche si è sviluppata tra gli ambienti evangelici negli Stati Uniti degli anni Cinquanta e Sessanta. “Un misto di elementi religiosi e una narrazione cupa dell’omosessualità, basato sul pensiero veicolato dalla psicanalisi secondo cui le persone omosessuali sarebbero imprigionate in uno stadio di sviluppo interiore”, spiega lo specialista. Questo tipo di “terapia” riesce a instillare una sensazione di disgusto nei confronti di sé stessi o, di riflesso, nei confronti dell’atto sessuale, conclude Delessert.

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