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Il ricordo di Piazza Tiananmen passa anche dalla Svizzera

5 giugno 1989... Un'immagine diventata icona Reuters

Il mondo intero non ha scordato la repressione sulla Piazza Tiananmen a Pechino, nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989. Il mondo intero tranne la Cina, dove la censura continua ad occultare i fatti, nonostante i passi avanti compiuti negli ultimi vent'anni.

Questo contenuto è stato pubblicato il 03 giugno 2009 - 13:54

È soltanto questione di un visto per la Svizzera. Un visto a entrata multipla, a causa del quale Han Dongfang non può più accedere alla Repubblica popolare dal 1993, nonostante ne sia cittadino a pieno titolo.

Ex elettricista delle ferrovie cinesi, Han Dongfang era uno dei leader del movimento di Tiananmen e promotore del primo sindacato indipendente della Cina, la Fondazione autonoma dei lavoratori di Pechino. Oltre a studenti e intellettuali, la protesta popolare contro il governo coinvolse anche il mondo operaio. E fu lo stesso Han Dongfang che li condusse e poi rappresentò sulla Piazza della pace celeste.

Al di la della legge

Dopo il massacro dei manifestanti da parte dell'esercito cinese, nella notte tra il 3 e il 4 giugno, Han Dongfang decise di partire per un viaggio in moto alla scoperta del suo paese. Al termine del decimo giorno scoprì tuttavia alla televisione che le autorità avevano messo una taglia sulla sua testa.

Ricercato per azioni controrivoluzionarie, Han Dongfang si presentò di sua spontanea volontà alla polizia e fu subito arrestato. Rinchiuso per 22 mesi, sotto tortura, si ammalò di tubercolosi e soltanto allora i suoi aguzzini lo rilasciarono per paura di essere ritenuti responsabili del suo decesso. Fuggito negli Stati Uniti, riuscì a ristabilirsi, ma perse un polmone.

Visto per la Svizzera

«Avevo promesso ai miei amici di non dimenticarli e sono quindi tornato in Cina, via Hong Kong», ricorda il 46enne che ancora oggi vive nell'ex colonia britannica.

«Appena rientrato nel mio paese, un ufficiale mi fece capire che non ero il benvenuto, che violavo la Costituzione. Ho risposto che in questo caso, il mio posto era in una prigione cinese. Ma la decisione di respingermi era di ordine politico», racconta Han Dongfang.

«È allora che hanno scoperto nel mio passaporto un visto per la Svizzera. Qualche giorno prima avevo partecipato a una conferenza sindacale a Ginevra e mi avevano rilasciato un visto a entrata multipla, anche se ne avevo richiesto uno solo. A quel punto è stato facile negarmi l'accesso in Cina perché avevo un posto dove andare e ho così deciso di installarmi ad Hong Kong».

Il nuovo volto della Cina

Han Dongfang continua ad impegnarsi a favore dei diritti dei lavoratori cinesi attraverso l'ONG China Labour Bulletin, da lui stesso fondata, e i regolari interventi su Radio Free Asia.

Ottimista di natura, è convinto che la Cina si sia comunque evoluta nel corso degli anni. «Se degli avvocati o dei giornalisti vengono arrestati per le loro idee, è perché osano esprimerle. Hanno il coraggio di difendere le cause perse, di sfidare il potere. Dieci anni fa non era così e questi cambiamenti sono stati possibili grazie a persone audaci, ma anche grazie al Partito comunista».

«Analizziamo la storia del nostro paese: tutte le rivoluzioni puntavano al potere supremo, rovesciando il vecchio l'impero per poi costruirne uno nuovo. Il risultato è che da 2000 anni sacrifichiamo centinaia di milioni di vite umane per niente. È il momento di uscire da questo circolo e concentrarsi sulla vita della gente. Poco importa se il partito comunista resta al potere 20 anni o mezzo secolo, basta che cambi il modo di dirigere il paese».

Un approccio pragmatico

Questo approccio pragmatico è portato avanti anche dalla Svizzera, attraverso il dialogo sui diritti umani intavolato con la Cina.

Blaise Godet, ambasciatore svizzero a Pechino, ritiene che da parte cinese ci sia una «maggiore propensione ad affrontar tematiche simili rispetto a qualche anno fa. Questi argomenti non sono più un tabù e, in ogni caso, non abbiamo altra scelta che proseguire il dialogo prima, durante e dopo Tiananmen».

Un progresso che non significa però ancora un passo verso la democrazia, precisa Godet: «Intavoliamo un dialogo sui diritti umani e non sulla democrazia. I cinesi, per il momento, sono legati alla supremazia del partito comunista. Direi quindi che ad evolvere è soprattutto la questione dei diritti umani e questo è di buon auspicio».

Porre le basi per il futuro

La democrazia è però un termine che il militante Han Dongfang ha bandito dai suoi discorsi. Parla semplicemente della vita delle persone: tempo di lavoro, salario, sicurezza sociale e altro ancora. «Migliorare la situazione della gente richiede tempo, a volte anche decenni, e sto dunque cercando di porre le basi per le generazioni future».

Nell'immediato, però, la stabilità proclamata dalla Cina è piuttosto ingannevole. I fattori che potrebbero far vacillare il sistema sono numerosi, a partire dalla corruzione. «Mai visto nulla di simile nella nostra storia, spiega Han Dongfang, il politico è corrotto in ogni sua forma. Ma non credo che la caduta del regime comunista possa far sparire la corruzione. Se il partito intende quindi lottare contro questa piaga, allora sarò il primo a rallegrarmi e a mettermi al suo fianco».

Alain Arnaud, Pechino, swissinfo.ch
(Traduzione e adattamento di Stefania Summermatter)

Svizzera, un paese precursore

Dialogo: la Svizzera è stata il primo paese occidentale, nel 1991, ad intavolare un dialogo sui diritti umani con la Cina.

Soggetto: Le discussioni che si tengono regolarmente nei due paesi vertono su:
- Diritto penale e riforma penitenziaria, compresa la tortura, la detenzione amministrativa, la pena di morte e il sistema penitenziario.
- Libertà di religione e il rispetto dei diritti delle minoranze
- Diritti sociali ed economici
- Meccanismi internazionali legati ai diritti umani

Silenzio: La commemorazione degli avvenimenti di Piazza Tiananmen non è stata evocata nel quadro del dialogo sui diritti umani.

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Quante vittime a Tiananmen?

Nessuno sa con certezza quante persone siano state uccise dall'esercito cinese il 4 giugno 1989.

Il governo cinese parla di 300 morti, di cui 23 studenti. La Croce rossa cinese e fonti occidentali indicano invece tra le 2'600 e i 3'000 vittime.

L'Associazione delle madri di Tiananmen, nonostante gli abusi subiti, ha inviato il governo cinese – in una lettera aperta – a fare chiarezza su questi drammatici avvenimenti.

Questa organizzazione è l'unica ad aver stilato una lista delle vittime, che conta attualmente 198 nomi.

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