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Il mondo visto dalla Magnum

La caduta del Muro di Berlino nel 1989. James Nachtwey / Magnum

La storia dell'ultimo decennio del XX secolo attraverso le immagini dell'agenzia fotografica Magnum. È quanto espone, dal 9 settembre al 29 ottobre, il Kunsthaus di Zurigo. Una mostra che ha già toccato, in versioni diverse, Parigi, Roma, Berlino e Londra

Questo contenuto è stato pubblicato il 08 settembre 2000 - 11:30

L'agenzia Magnum venne fondata nel 1947 da un gruppo di reporters internazionali, tra i quali il britannico Geroge Rodger e l'ungherese Robert Capa, che, nella guerra civile di Spagna e nel secondo conflitto mondiale, svilupparono una nuova forma di reportage fotografico dal fronte: mostrare la follia della guerra e mettere al centro l'uomo circondato dalla morte. Da allora, i fotografi di Magnum hanno sempre cercato di documentare, al di là della stretta attualità e non senza il personale coinvolgimento emotivo, come gli uomini fanno la storia e come ne subiscono gli eventi.

In linea con questa tradizione, sorretta da una totale indipendenza intellettuale, l'esposizione che si apre al Kunsthaus è intitolata "Magnum°, essais sur le monde", dove il segno ° sta per gradi centigradi: la temperatura del mondo. A dire il vero, già dieci anni fa il Kunsthaus aveva allestito una mostra fotografica che raccontava la storia dell'agenzia Magnum, ma l'attuale esposizione è un'altra cosa. Si tratta di 400 istantanee, opere di 56 fotografi diversi, che raccontano cos'è successo negli ultimi dieci anni, dopo la caduta del muro di Berlino.

Così, per esempio, nel tipico stile documentario della fotografia Magnum, il reporter delle crisi e delle guerre, James Nachtwey, spiega al visitatore gli avvenimenti del 1989 con mani che strappano già il filo spinato da sopra il celebre muro di Berlino; oppure con le sanguinose immagini della caduta del dittatore rumeno; o ancora - come fa Fernando Scianna - con la rimozione della gigantesca statua di Stalin a Budapest.

Ma la fotografia Magnum - anche impegno etico, dal quale traspare la speranza che le cose cambino, che il mondo migliori. Lisa Sarfati e Gueorgui Pinkhassov mostrano la povertà nella Russia post-sovietica; Paul Fusco ha ritratto le vittime di Cernobil (i bambini di Minsk, solitamente ignorati); Donovan Wylie illustra le situazioni d'emarginazione nella moderna società britannica. E Martin Parr, non senza un filo d'ironia, segue la quotidianità e cerca d'intuire le nuove prospettive dell'Europa.

Non c'è però soltanto la storia politica, e non soltanto la storia europea. In queste 400 immagini c'è rispecchiata l'evoluzione culturale, anche sul piano estetico e religioso, dell'intero mondo. Ci sono i rituali, l'attualità, la modernità. E tutto ciò che è tensione, emozione, speranza. La febbre del mondo, appunto. Misurata con l'intelligenza di reporter che vogliono essere testimoni veri della storia e non strumenti superficiali d'informazione. Un impegno, questo, che coinvolge fortemente il visitatore della mostra.

Silvano De Pietro

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