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Il Forum nel mirino della protesta

La manifestazione dello scorso anno a Davos. Keystone / Michele Limina

Anche nel 2001, il Forum di Davos sarà accompagnato dalle proteste e dalle iniziative dei gruppi che criticano la globalizzazione. In barba al divieto di manifestare e con scetticismo rispetto alle offerte di dialogo di responsabili del Forum.

Questo contenuto è stato pubblicato il 22 gennaio 2001 - 16:32

Dopo le manifestazioni che con regolarità hanno accompagnato quasi ogni summit internazionale dedicato a temi economici da due anni e mezzo a questa parte, da Ginevra a Nizza, passando per Seattle, Davos e Praga, non è certo una sorpresa che il Forum economico mondiale torni a fornire un motivo per la mobilitazione del cosiddetto «popolo di Seattle».

Del resto, i vari gruppi che con motivazioni spesso assai diverse si oppongono agli effetti della liberalizzazione dei mercati mondiali, sono ben coscienti dei meccanismi che regolano l'informazione nell'epoca della globalizzazione e sanno quanto la forte esposizione mediatica di avvenimenti come il Forum possa servire alla loro causa.

Così, anche per il Forum 2001 l'opposizione si è mobilitata. Innanzitutto con l'appello del coordinamento anti-OMC, sostenuto da un'ottantina di organizzazioni svizzere e straniere, tra cui i sindacati Comedia e Sei, a manifestare a Davos il 27 gennaio. Manifestazione che si terrà in ogni caso, nonostante il divieto da parte del comune di Davos e l'atteggiamento piuttosto allarmista della polizia grigionese.

Nel frattempo, contro la decisione di Davos, il coordinamento anti-OMC ha presentato ricorso presso il tribunale amministrativo grigionese. E la polizia cantonale ha emanato un comunicato in cui nega fermamente di aver voluto, con precedenti prese di posizione - si parlava «della più grande sfida dalla fondazione della polizia cantonale nel 1804» - criminalizzare tutti i manifestanti e invita al dialogo per evitare atti di violenza.

Ciò non toglie che il dispositivo di sicurezza a Davos per i giorni del forum sarà imponente: accanto alla polizia grigionese e a contingenti delle polizie degli altri cantoni e del Liechtenstein, nella cittadina grigionese saranno presenti anche 300 militi del Corpo di guardia delle fortificazioni e altri 600 soldati. La tensione rimane alta. Berna ha vietato l'ingresso sul territorio della Confederazione a 300 persone che avrebbero già fatto ricorso alla violenza in occasioni analoghe.

Buona parte dei probabili dimostranti sembra tuttavia intenzionata a far uso pacifico del diritto di manifestare. Magari anche con altri momenti di mobilitazione, oltre alla manifestazione di sabato: il coordinamento anti-OMC, che con i gruppi associati si presenta con il nome di «Wipe out WEF» (spazzare via il Forum), prevede varie attività di disturbo, tra cui presumibilmente il tentativo di bloccare l'acceso al centro dei congressi ai partecipanti al Forum.

Ma a Davos saranno presenti anche altre forze che guardano assai criticamente alla globalizzazione. Tra il 25 e il 28 gennaio, a poca distanza dal centro dei congressi in cui si svolge il Forum, si tiene per la seconda volta un convegno sotto il motto «Public eye on Davos» (l'occhio della collettività su Davos), promosso dalla Dichiarazione di Berna insieme ad altre sette organizzazioni non governative. Temi in discussione: le strutture decisionali globali, le relazioni finanziarie e le politiche commerciali internazionali, il controllo delle aziende multinazionali.

Sulla posizione di «Public Eye on Davos» e in particolare della Dichiarazione di Berna rispetto ai gruppi che sostengono la manifestazione del 27 gennaio, ci sono state, nei giorni scorsi, alcune polemiche. Commentando il fatto che la Dichiarazione di Berna (DB) non aveva aderito alla manifestazione, la responsabile di «Public Eye» Jolanda Piniel aveva spiegato la scelta con l'assenza di chiare linee guida anti-violente per la manifestazione.

Spiegazione che aveva indotto alcuni giornali a mettere in rilievo una spaccatura tra componenti violente e non-violente della contestazione. Un'interpretazione respinta dalla DB, che non vuole prestarsi alla schematizzazione. È evidente che l'opposizione non può permettersi divisioni troppo profonde, quando la sua forza sta proprio nella capacità di mobilitare componenti molto diverse della società.

La pluralità del movimento si rispecchia del resto anche nella pluralità delle iniziative di opposizione al Forum: oltre a quelli a Davos, altri momenti di protesta e di riflessione sono in cantiere. Tra di esse l'«Altro Davos», una conferenza dedicata alle «resistenze alla mondializzazione del capitale», prevista per il 26 gennaio a Zurigo e organizzata tra gli altri da Attac (Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie in aiuto ai cittadini) e il Forum sociale mondiale a Porto Alegre, in Brasile, in programma dal 25 al 30 gennaio.

Quest'ultima è per certi versi l'iniziativa più interessante, perché si pone come reale alternativa al Forum economico. Relatori provenienti da tutto il mondo discuteranno di «un altro mondo possibile» e tenteranno di dar impulsi allo sviluppo di una rete mondiale dei movimenti di resistenza, elaborando alcuni obiettivi prioritari che possano esser condivisi da tutti i partecipanti. La manifestazione dovrebbe ripetersi ogni anno e dar vita ad una struttura stabile che faccia da contrappeso a Davos.

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