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I vescovi svizzeri chiedono perdono al popolo ebraico per la shoah

"Vi chiediamo perdono per non avervi soccorso quando eravate nel bisogno." Nel documento pubblicato venerdì i vescovi svizzeri riconoscono le colpe della Chiesa in quanto istituzione nella persecuzione degli ebrei durante il nazismo.

Questo contenuto è stato pubblicato il 14 aprile 2000 - 16:10

Per la tradizione biblica, l'anno in cui ricorre un Giubileo è un periodo particolarmente indicato per la riconciliazione e per una riflessione sul proprio passato. Ecco allora che quest'anno, decretato appunto dalla Chiesa cattolica anno di giubileo, si presta particolarmente bene per il riesame dei rapporti a tratti molto difficili fra i popoli cattolico ed ebraico.

Lo stesso Papa Giovanni Paolo secondo, in occasione del suo recente pellegrinaggio in Terra Santa, ha chiesto perdono a Dio per le colpe di cui la Chiesa cattolica si è resa responsabile durante la Seconda Guerra mondiale nei confronti delle vittime del nazismo.

I vescovi svizzeri, un mese fa, avevano già reso pubblici alcuni passi di un documento pubblicato integralmente venerdì nel quale chiedono perdono al popolo ebraico. "La Chiesa cattolica in Svizzera, si legge nel documento, deve riconoscere le proprie responsabilità; spesso ha fatto troppo poco per salvare la vita e la dignità di uomini e donne perseguitati. La paura, la negligenza, i pregiudizi, l'assenza di generosità hanno troppo spesso limitato l'aiuto urgente che sarebbe stato necessario, in particolare nei confronti degli ebrei che cercavano rifugio nel nostro Paese."

I vescovi svizzeri chiedono perdono per gli errori commessi e si dicono pronti a trarre la necessaria lezione dalla storia. È necessario riconoscere e designare gli errori del passato per evitare di commetterli ancora in futuro.

Nel loro documento, i vescovi svizzeri ricordano come in Svizzera sia in corso un riesame del comportamento della Confederazione durante il periodo del nazionalsocialismo. Numerose ricerche storiche, sociologiche o teologiche pubblicate oggi consentono di mettere a fuoco i pregiudizi diffusi nei confronti di certe persone e di taluni popoli.

Il riesame che ha condotto il Papa e i vescovi svizzeri alle prese di posizione di questi giorni, alla richiesta di perdono, è iniziato con il Concilio Vaticano secondo, con la pubblicazione dell'Enciclica "Nostra Aetate", nel 1965. Questa enciclica, sottolineano i vescovi, è più attuale che mai e ha aperto la via a una nuova tappa della storia cristiana, consentendo ai cattolici di considerare anche gli ebrei come un popolo vicino, un popolo di Dio.

La dichiarazione dei vescovi svizzeri si conclude con un accenno alla parabola del buon Samaritano: "Cristo ci ha chiesto di non passare vicino a una persona nel bisogno senza aiutarlo, anche se appartiene a un altra religione o a un altro popolo. Non abbiamo il diritto di passare nell'indifferenza vicino a un uomo che soffre, anche se ci è completamente straniero."

Il presidente della Federazione svizzera delle comunità israelitiche Rolf Bloch ha reagito positivamente al documento della Conferenza episcopale. Secondo Bloch, i vescovi svizzeri vanno più lontano del Papa stesso, perché nella loro dichiarazione essi integrano una critica della Chiesa in quanto istituzione e non soltanto del mondo dei credenti. Per Bloch, l'aspetto fondamentale della dichiarazione risiede nel fatto che si mette la parola fine all'idea che gli ebrei sono nemici da convertire al cristianesimo. Il presidente delle comunità israelitiche rileva inoltre come il contenzioso con i protestanti sia risolto da anni. In un comunicato, pure pubblicato venerdì, le Chiese protestanti di Svizzera sottolineano dal canto loro come dal 1946 esse abbiano avviato un dialogo "fruttuoso" con la comunità ebraica, riconoscendo i propri torti a diverse riprese dalla fine della Guerra mondiale.

Mariano Masserini

Nella foto d'archivio, Monsignor Amedeo Grab, Presidente della Conferenza Episcopale Svizzera, con il Gran Rabbino Alexandre Safran di Ginevra.

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