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I leader mondiali cercano la bussola

Il divario tecnologico tra paesi ricchi e paesi poveri e all'interno dei singoli paesi è uno dei temi centrali del Forum 2001 Keystone

«Sostenere la crescita e superare le divisioni: una struttura per il nostro futuro globale»: attorno a questo tema si svilupperanno le discussioni nell'ambito del Forum economico mondiale di Davos.

Questo contenuto è stato pubblicato il 22 gennaio 2001 - 15:53

Una cosa bisogna ammetterla: le frequenti discussioni degli ultimi anni sugli effetti sociali della globalizzazione hanno sortito i loro effetti. Neppure la classe dirigente mondiale riunita a Davos si sente autorizzata a sorvolare sul fatto che, in un'epoca di espansione economica mai vista prima, la distribuzione della ricchezza rimane ineguale e che anzi il fossato tra ricchi e poveri tende ad allargarsi, assieme al fossato tra chi ha accesso alle nuove tecnologie e chi non ce l'ha.

Del resto, come non si stancano di ripetere il fondatore del Forum Klaus Schwab e i suoi collaboratori, Davos, pur essendo un appuntamento che ha accompagnato fin dal loro primo annunciarsi le trasformazioni economiche e tecnologiche degli ultimi decenni e avendone spesso favorito in maniera determinante la realizzazione, vuole contribuire ad elaborare delle soluzioni concrete ai problemi posti dalla globalizzazione, cercando il dialogo con tutte le componenti della società.

Se questo dialogo funzioni, è un altro discorso. Da parte di molte organizzazioni non governative - ad esempio della Dichiarazione di Berna - dopo il tentativo di approccio con il Forum lo scorso anno, si è fatto strada un forte scetticismo sull'effettiva volontà di dialogo della leadership mondiale. «Come se si potesse discutere con 6000 miliardi di dollari di capitale azionario», ha notato sarcasticamente l'11 gennaio il settimanale di sinistra «Wochenzeitung».

Ma al di là di questo, il tema all'ordine del giorno del Forum 2001 coglie effettivamente alcuni dei problemi che travagliano il mondo all'inizio del nuovo millennio. Citiamo dal sito ufficiale del Forum: «Mai prima d'ora i divari erano apparsi così difficili da affrontare: il divario tra paesi sviluppati e in via di sviluppo; tra quelli che hanno accesso alle tecnologie dell'informazione e beneficiano della rivoluzione Internet e quelli per i quali Internet è un sogno assai distante; tra quelli che 'sanno' e quelli che non hanno accesso al sapere; tra i paesi in cui l'assistenza sanitaria è una realtà quotidiana e quelli in cui anche i servizi sanitari di base sono inesistenti.»

È segno che all'entusiasmo di alcuni anni fa, quando il tema del Forum era «Sostenere la globalizzazione», si è sostituito, almeno a parole, un approccio più sobrio. Dice ancora il sito di Davos: «Le sfide sociali, politiche ed etiche poste dall'effetto cumulativo della globalizzazione, dalla tecnologia dell'informazione e dalla biotecnologia stanno mettendo alla prova, in maniera inedita, le nostre capacità di leadership, la nostra tradizionale bussola etica e morale, e la nostra abilità collettiva di elaborare approcci che conducano ad una comunità globale più inclusiva».

Insomma, la classe dirigente mondiale riunita a Davos pare porsi il problema della sua effettiva capacità di dirigere. E non è poco, purché non sia solo un dubbio retorico. Permane in effetti una visione dall'alto e dal centro della globalizzazione, che dovrà dimostrare, se vuole veramente il dialogo, di saper integrare la visione dal basso e dal sud del mondo. Una prima verifica si avrà il primo giorno del Forum, quando i partecipanti discuteranno sul tema «Come può la globalizzazione distribuire le risorse: la visione del sud», e di nuovo l'ultimo giorno, quando i «global leaders» s'incontreranno con i rappresentanti di una sessantina di ONG e sindacati (rappresentanti che peraltro sono invitati a partecipare a tutto il Forum).

Non bisogna tuttavia nascondersi il fatto che tra l'impostazione dominante nel Forum e l'opposizione vi sono alcune divisioni fondamentali, che stanno alla base della difficoltà di instaurare un dialogo efficace. Per buona parte dell'élite economica e politica la globalizzazione è un dato di fatto indiscutibile, una realtà, che oltretutto non può che avere effetti positivi sulla distribuzione della ricchezza. Non per niente, in una delle giornate di discussione, dedicata al tema «Indirizzare la reazione contro la globalizzazione», si cercheranno strategie per disinnescare le paure di fronte alla globalizzazione

Per gli oppositori invece, anche se al loro interno vi sono posizioni ben diverse, la globalizzazione è innanzitutto una costruzione ideologica, un atto di volontà politica ed economica, di cui proprio la classe dirigente riunita a Davos è ritenuta responsabile. La globalizzazione in questo senso non sarebbe che una ridefinizione dei rapporti di potere a livello mondiale, una sorta di lotta di classe dall'alto, i cui presunti effetti benefici sulla redistribuzione della ricchezza sarebbero tutt'altro che dimostrati.

Andrea Tognina

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