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Fiscalità: l'ascia di guerra non è stata sotterrata

Anche se Berna ha accettato di fare alcune concessioni, le posizioni restano distanti. Keystone

La questione della fiscalità cantonale elvetica suscita ancora discussioni in seno all'Unione, nonostante il parere favorevole della Commissione europea in merito agli sforzi della Confederazione.

Questo contenuto è stato pubblicato il 25 luglio 2009 - 10:13

Mercoledì scorso, la Commissione ha sottoposto all'approvazione dei Ventisette alcuni elementi della dichiarazione sulla nuova riforma elvetica dell'imposizione fiscale.

La Confederazione prevede di attuare – di propria iniziativa – tale riforma nella speranza di smorzare la polemica su alcuni regimi fiscali cantonali il cui mantenimento, secondo l'Unione europea (Ue), minaccia il buon funzionamento dell'Accordo di libero scambio concluso nel 1972.

Bruxelles critica in particolare le agevolazioni concesse alle società di gestione, alle holding e alle società miste, accusate di favorire la delocalizzazione di aziende europee verso la Svizzera.

Nel testo, la Commissione «si rallegra per il dialogo costruttivo» che la Confederazione ha accettato di avviare nel 2007 per tentare di appianare le divergenze: l'esecutivo comunitario ritiene che questo dialogo è stato coronato dal successo.

La Svizzera si è infatti dichiarata pronta a fare diverse concessioni, quali l'abolizione dei privilegi alle cosiddette «società bucalettere» e la proibizione alle holding di esercitare qualsiasi attività commerciale. Queste iniziative da parte elvetica, si legge nella proposta di dichiarazione, rappresentano una risposta alle preoccupazioni sollevate da Bruxelles.

Impegno salutato

La Commissione «saluta» inoltre l'intenzione della Svizzera di assoggettare – anche se in misura parziale – all'imposta cantonale gli utili delle holding non legati ai dividendi, così come i guadagni che le società miste otterranno grazie ad attività e transazioni all'estero.

«Alla luce di questi progressi», la Commissione è dunque pronta a congelare, perlomeno provvisoriamente, le proprie rivendicazioni: la questione non sarà più evocata durante tutta la durata del processo legislativo svizzero, che dovrebbe iniziare in autunno e continuare per diversi anni.

Bruxelles si terrà comunque «regolarmente al corrente» dell'evoluzione della situazione, e «si riserva il diritto» di manifestarsi nuovamente, se il governo elvetico non dovesse rispettare le sue promesse.

Cosciente del fatto che la Svizzera è giunta al limite delle proprie possibilità, la Commissione europea sarebbe persino disposta a chiudere definitivamente il dossier, non appena la Confederazione avrà «applicato integralmente» la riforma dell'imposizione delle società.

Nel contempo, la Commissione è pronta a compiere un gesto supplementare, atteso con impazienza dalla Svizzera: gli sforzi di Berna consentono infatti «di proseguire i negoziati in tutti i settori d'interesse reciproco».

C'è chi dice no

Il Lussemburgo, la Gran Bretagna, la Danimarca e l'Ungheria hanno affermato mercoledì di ritenere opportuna questa dichiarazione favorevole alla Svizzera. Un'opinione non condivisa da Germania Francia, Italia e Spagna, che l'hanno giudicata fuori luogo o perlomeno prematura.

A causa della legislazione comunitaria, la maggior parte dei paesi dell'Ue ha infatti dovuto abolire alcuni regimi fiscali ritenuti scorretti dal profilo della concorrenza. Berlino, Parigi, Roma e Madrid ritengono che la Svizzera – la quale approfitta ampiamente del mercato interno dell'Unione – dovrebbe allinearsi a questa regolamentazione.

Il dossier sarà nuovamente affrontato a inizio settembre, e in quell'occasione i paesi in questione potrebbero mostrarsi più concilianti. Secondo fonti diplomatiche, infatti, la Francia intende ottenere la garanzia che la Svizzera rispetterà i suoi impegni prima di sotterrare l'ascia di guerra.

Tanguy Verhoosel, Bruxelles, swissinfo.ch
(traduzione e adattamento: Andrea Clementi)

Imposizione fiscale

Il 13 febbraio 2007 la Commissione europea ha informato la Svizzera della propria decisione unilaterale secondo la quale alcune modalità d'imposizione applicate dai cantoni a determinati tipi di imprese (società holding, società di gestione e società miste) sulla base di prescrizioni di diritto federale (legge sull'armonizzazione delle imposte) devono essere considerate come aiuti statali.

La Commissione ritiene che queste modalità d'imposizione a livello cantonale e comunale falsino la concorrenza e compromettano gli scambi commerciali in modo tale da contravvenire all'Accordo di libero scambio del 1972.

Secondo Bruxelles, la differente imposizione dei redditi nazionali ed esteri è selettiva. Il 14 maggio 2007 il Consiglio europeo ha quindi incaricato la Commissione europea di avviare negoziati con la Svizzera.

Il governo elvetico ha respinto sin dall'inizio l'interpretazione dell'Ue, considerandola infondata e ha rifiutato ogni negoziato, dichiarandosi nondimeno disposto a intavolare un dialogo per chiarire le posizioni reciproche.

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