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Glencore in borsa, ma i dubbi etici rimangono

La Glencore è la società con sede in Svizzera con la più grande cifra d'affari Keystone

Leader nel commercio di materie prime, la Glencore ha annunciato giovedì la sua intenzione di entrare in borsa a Londra e Hong Kong, vendendo tra il 15 e il 20% del suo capitale proprio. L'operazione dovrebbe permettere alla multinazionale di riunire fino a 12 miliardi di dollari.

Questo contenuto è stato pubblicato il 14 aprile 2011 - 18:28
Matt Allen, swissinfo.ch

Basata nel canton Zugo, la Glencore è una delle più importanti multinazionali attive nel commercio di materie prime, petrolio e carbone. Fondata nel 1974 da Marc Rich, nel 1993 la società è stata ripresa da alcuni dirigenti del gruppo per 600 milioni di dollari. Col passare degli anni è cresciuta fino a diventare un gigante del settore, il cui valore oggi è stimato in oltre 70 miliardi di dollari.

La decisione di entrare in borsa è importante per due ragioni. Da un lato si tratta di una delle più grandi operazioni mai effettuate sui mercati di Londra e Hong Kong, dall'altro sfocia in un parziale trasferimento del controllo di una società privata in mani pubbliche, tramite investitori istituzionali, come i fondi sovrani.

In questo modo, la Glencore, nota per la sua estrema discrezione, dovrà gioco forza rendere pubblici certi dettagli su come porta avanti i suoi affari.

«L'IPO (Initial pubblic offering, offerta pubblica iniziale) è un passo logico per il nostro sviluppo e fa parte della nostra strategia», ha dichiarato il direttore della Glencore Ivan Glasenberg.

Altri seguiranno?

L'iniezione di nuovi fondi servirà per finanziare alcune acquisizioni e comperare nuovi attivi, ad esempio delle miniere. Per ora, la Glencore non ha ancora indicato se intende assumere il controllo del gruppo minerario Xstrata, di cui possiede già una quota di maggioranza.

È poi difficile stabilire se l'entrata in borsa della Glencore fungerà o no da modello per altri pesi massimi del settore, molti dei quali hanno la loro sede in Svizzera e investono massicciamente nelle miniere e in altre infrastrutture.

«Potrebbe trattarsi dell'inizio di un fenomeno nuovo», osserva Joseph Di Virgilio, esperto del mercato delle materie prime e all'origine del fondo Globus Capital Management di New York. «La Glencore agisce come un leader sul mercato e molti concorrenti osserveranno da vicino la transazione. È una mossa abile, che fornirà alla Glencore i mezzi necessari per finanziare altre operazioni», spiega.

L'intenzione della multinazionale di entrare in borsa era un segreto di Pulcinella. Di fatto la società ha svelato i suoi intenti già nel dicembre 2009, tastando il polso del mercato con l'emissione di 2,3 miliardi di dollari di obbligazioni.

Questa transazione si è rivelata un grande successo e solo pochi investitori istituzionali sono riusciti ad entrare in possesso del prezioso titolo. Chi ce l'ha fatta, da allora ha già potuto raddoppiare il valore della somma investita. Inoltre all'inizio dell'anno, la Glencore ha lanciato nuovi segnali ristrutturando il suo consiglio d'amministrazione per prepararsi all'entrata in borsa.

Critiche etiche

La speranza che l'entrata in borsa e il fatto di trovarsi maggiormente sotto la luce dei riflettori obblighino la Glencore a modificare la sua strategia nei paesi in via di sviluppo rischia di essere presto delusa, avvertono gli osservatori. Sul suo sito internet, la multinazionale sottolinea di prestare un'attenzione particolare ai diritti dell'uomo, alla sicurezza dei lavoratori e al rispetto dell'ambiente. Le organizzazioni non governative, tra cui ad esempio la Dichiarazione di Berna, criticano invece da tempo il modo d'agire della Glencore.

Nel 2008, la multinazionale si è vista attribuire il poco ambito premio destinato alla società più irresponsabile del pianeta, il Public Eye Award di Davos.

Recentemente, il gruppo è stato accusato di violare i diritti dell'uomo nella Repubblica democratica del Congo e, all'inizio di questa settimana, la Dichiarazione di Berna e altre ONG francesi, canadesi e dello Zambia hanno sporto denuncia presso l'Organizazzione per lo sviluppo e la cooperazione economica e la Segreteria di Stato dell'economia per sfruttamento e frode fiscale in Zambia.

La Glencore ha respinto tutte le accuse, basate a suo dire su informazioni incomplete e scorrette, e ha sottolineato che si sta impegnando per rettificare tutte le cattive pratiche che ha ricevuto in eredità acquistando alcune miniere.

Nulla cambierà

Il responsabile della Glencore, Ivan Glasenberg, ha dichiarato che con l'entrata in borsa la società non modificherà il suo comportamento. «Questa operazione non avrà nessun impatto sui nostri affari», ha affermato in un'intervista al Financial Times.

Andreas Missbach, della Dichiarazione di Berna, nutre poche speranze: «Entrare in borsa non significa che le società debbano comportarsi bene. La Glencore non ha avuto nessun problema per vendere le sue obbligazioni. Apparentemente agli investitori istituzionali la reputazione dell'azienda non interessa più di quel tanto».

Per Emmanuel Fragnière, professore all'Alta scuola di gestione di Ginevra e specialista del mercato delle materie prime, l'entrata in borsa della Glencore è stata decisa unicamente per ragioni economiche. «Si tratta di puro opportunismo, in un momento in cui il mercato delle materie prime è in pieno boom. I dirigenti della Glencore vogliono approfittare del marchio della ditta e del fatto che questo mercato è improvvisamente diventato molto sexy per gli investitori».

Glencore

Attiva nel commercio di materie prime e nella produzione di petrolio e carbone, la multinazionale Glencore International AG ha la sua sede principale nel canton Zugo.

Attualmente ha filiali in una quarantina di paesi e impiega oltre 2'700 collaboratori. Direttamente o indirettamente, gestisce inoltre attività di sfruttamento in una trentina di paesi, dando lavoro a 55'000 persone.

Nel 2010 la Glencore ha realizzato una cifra d'affari di 145 miliardi di dollari, in crescita del 36,3%. Si tratta del risultato più alto realizzato in Svizzera, davanti a giganti come la Nestlé o la Novartis. 

Possiede inoltre il 35% della Xstrata, multinazionale con sede a Zugo e tra le dieci più ricche della Svizzera nel 2010.

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