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Mascherine cinesi dalla Svizzera a prezzi astronomici

Le mascherine di questo tipo erano vendute da Emix in Germania con un alto margine. © Keystone / Christian Beutler

Nel pieno della pandemia di coronavirus, i ministeri di alcuni Länder tedeschi hanno comprato da due giovani imprenditori svizzeri dispositivi di protezione individuale per 684 milioni di euro, una cifra esorbitante. Perché? Chi ne ha approfittato in Germania? Sono molte le domande che affiorano mentre si cerca di rielaborare l’emergenza del coronavirus.

Questo contenuto è stato pubblicato il 04 giugno 2021 - 08:20
Petra Krimphove, Berlino

Tutto è cominciato all’incirca 15 mesi fa, e su questa storia non è ancora stata messa la parola fine. Anzi. È la primavera del 2020 quando il virus si abbatte sul vecchio continente e due giovani svizzeri, Jascha Rudolphi e Luca Steffen, sfruttano i contatti con la Cina e si procurano, tra le altre cose, milioni di mascherine FFP2, merce ormai rara in quel periodo.

All’epoca, Svizzera e Germania avevano ordinato da Emix, l’azienda di Rudolphi e Steffen, ingenti quantità di mascherine. Merce, questa, che i due si erano fatti pagare profumatamente. Complice l’emergenza sanitaria, infatti, i vari governi non potevano stare a guardare e i prezzi in quel momento erano passati in secondo piano. Basti pensare che solamente il ministero della salute tedesco, guidato da Jens Spahn, secondo stime proprie nella primavera del 2020 aveva comprato da Emix materiale medico per un totale di 670 milioni di euro: mascherine chirurgiche, guanti monouso e mascherine FFP2 a 5,58 euro al pezzo. Dal canto suo, il ministero della salute bavarese aveva ordinato dalla Svizzera un milione di mascherine, per un totale di 8,9 milioni di euro. Stando invece a tagesschau.de, la Renania Settentrionale-Vestfalia di mascherine ne aveva comprate 527'000 a 9,90 euro al pezzo. A quanto pare, Spahn si era rivelato un abile negoziatore.

Tuttavia, lo stesso Spahn riteneva che i prezzi fossero ben al di sopra della media. All’epoca, come emerso da informazioni ottenute di recente da Süddeutsche Zeitung, NDR e WDR presso i ministeri della salute dei Länder tedeschi, la maggior parte dei Länder aveva pagato ad altri fornitori (quindi non Emix) tra i 2,85 e i 4,34 euro a mascherina. Il ministero del Baden-Württemberg aveva annunciato di aver comprato le mascherine direttamente in Cina, quindi senza alcuna mediazione, a 1,20 euro al pezzo, vale a dire meno di un ottavo del prezzo pagato dalla Renania Settentrionale-Vestfalia a Emix.

200 milioni facili facili

Per Emix gli accordi si sono rivelati redditizi. Si stima infatti che con la vendita e la distribuzione del materiale incriminato, Rudolphi e Steffen abbiano guadagnato, solo in Germania, la bellezza di 200 milioni di euro. L’emergenza imperversava e, in un primo momento, ciò non aveva destato poi grande scalpore. Basta che ci siano mascherine a sufficienza, questo il motto scandito in quei mesi. Tuttavia, la musica è cambiata quando nel febbraio 2021 i due giovani imprenditori si sono fatti fotografare con le loro costosissime Ferrari, bolidi da 800 cavalli.

Schernendoli, lo Spiegel li aveva definiti “sbruffoncelli svizzeri”, mentre sulla Süddeutsche Zeitung, che aveva pubblicato le cifre dei loro guadagni, campeggiava un titolo che li accusava di essere diventati milionari grazie alle mascherine e di girare in Ferrari. Forte indignazione nei confronti dei due imprenditori, arricchitisi grazie all’emergenza, traspariva soprattutto sui giornali scandalistici.

Ai due giovani svizzeri, però, non si può non riconoscere il grande fiuto per gli affari e la particolare astuzia, come riportato con ammirazione dal settimanale svizzero Weltwoche: già dal 2018, infatti, Emix guadagnava ottime cifre esportando in Cina beni di lusso come cosmetici, profumi e bigiotteria; i due imprenditori, inoltre, si recavano spesso in Cina, dove si erano creati una buona rete di contatti. Quando poi il virus si è abbattuto sul vecchio continente mettendolo in ginocchio, i due avevano subito fiutato l’affare. Correndo un rischio imprenditoriale avevano cominciato a portare in Europa svariati milioni di mascherine a bordo di voli charter, proprio quando le mascherine erano bramate come l’acqua nel deserto.

I mediatori tedeschi sono finiti nel mirino

Emix si faceva sì pagare profumatamente, ma era anche impeccabile nelle consegne e cambiava la merce difettosa senza storie, come confermato tra gli altri dal ministero della salute tedesco. Inoltre, Emix era solo una delle tante aziende che avevano fiutato l’affare delle mascherine e si erano arricchite cavalcando l’onda dell’emergenza. In questo contesto, poi, se sia opportuno trarre il massimo profitto personale proprio nel pieno di una pandemia tramite la vendita di materiale medico essenziale e disponibile in scarse quantità non rappresenta altro che una mera questione etica, seppur assolutamente legittima.

Questa accusa rivolta ai due svizzeri si ripercuote come un boomerang sulla Germania. Qui, infatti, nel frattempo l’indignazione nei confronti dei mediatori che su questa storia ci hanno fatto la cresta è grande almeno quanto la faccia tosta dei due giovani imprenditori elvetici. Sono due le domande attorno a cui ruota la faccenda: perché diamine il ministro della salute Spahn e i suoi omologhi in Baviera e nella Renania Settentrionale-Vestfalia hanno accettato prezzi così alti? Di conseguenza, in Germania chi si è riempito le tasche fungendo da mediatore?

L’attenzione è rivolta in particolare sulla Baviera: è da qui, infatti, che sono stati abbozzati i contratti con i ministeri per intercessione di Andrea Tandler, figlia di Gerold Tandler, ex politico di punta della CSU. Il 9 marzo 2020, Andrea Tandler aveva informato il ministro della salute Spahn dell’offerta avanzata da Emix e, per aver fatto da mediatrice con i responsabili dei ministeri di Berlino, Baviera e Renania Settentrionale-Vestfalia, si è intascata complessivamente tra i 30 e i 50 milioni di euro. La stessa Tandler non intende rilasciare dichiarazioni circa l’importo esatto, ma sottolinea di aver svolto un lavoro notevole in termini logistici, avendo lei organizzato la distribuzione del materiale e i voli per rifornire gli acquirenti.

Maggiore trasparenza come conseguenza dell’accordo

Nell’affare con Spahn, l’operazione di gran lunga più cospicua, l’eurodeputata della CSU Monika Hohlmeier ha aperto le porte del ministero all’amica Tandler. Figlia dell’icona della CSU Franz Josef Strauss, Monika Hohlmeier può vantare buoni rapporti ai piani alti, anche se, allo stato attuale delle cose, non ha tratto alcun vantaggio personale dall’affare incriminato. La SPD bavarese però sente puzza di clientelismo tra le fila della CSU.

Sul proprio sito web, l’emittente televisiva n-tv cita le parole del capo della SPD bavarese, Florian von Brunn. “Sembra sempre più probabile che il prezzo esorbitante frutto dell’accordo sottoscritto dalla coppia Hohlmeier-Tandler con Emix, discutibile azienda svizzera, sia il risultato del classico intrallazzo politico all’interno della CSU”.

Tandler, che non è una parlamentare bensì la proprietaria di un’agenzia di pubbliche relazioni, sembra non aver molto da temere, se non l’indignazione pubblica. In fondo ha agito da imprenditrice. Le cose stanno invece diversamente per i deputati che per la loro mediazione hanno battuto cassa. A marzo 2021, Georg Nüßlein (CSU) e Nikolais Löbe (CDU), deputati del Bundestag, avevano lasciato i rispettivi partiti dopo che su di loro era stata esercitata una forte pressione. Si sarebbero infatti intascati provvigioni milionarie per aver procacciato mascherine per la protezione delle vie respiratorie che non provenivano da Emix.

Come conseguenza di questa “mascherinopoli”, CDU e CSU sono crollate nei sondaggi e molto rapidamente hanno varato un piano di dieci punti volto a garantire maggiore trasparenza per quanto riguarda le attività accessorie dei deputati.

A marzo 2021, a Berlino CSU e CDU hanno stabilito congiuntamente nuove regole per i propri parlamentari: d’ora in poi, i proventi delle attività accessorie e delle partecipazioni nelle imprese devono essere denunciati già a partire da un importo di 1000 euro al mese o 3000 euro all’anno. I politici, questa l’opinione unanime, possono e devono sfruttare i propri contatti tra ambienti economici e politici per fungere da mediatori, senza però trarne vantaggi finanziari.

Tasche piene a spese dei contribuenti?

In Baviera, intanto, l’accordo con Emix viene passato al setaccio. Da metà maggio la procura di Monaco sta cercando di capire se con l’acquisto di mascherine da Emix sono stati sprecati i soldi dei contribuenti. La SPD bavarese minaccia la CSU di istituire una commissione d’inchiesta per fare luce su questa “mascherinopoli” in salsa tedesca ed esige di poter visionare tutti i documenti delle operazioni con Emix.

“I responsabili del ministero hanno subito pressioni? Si sono fatti raggirare? Due giovani imprenditori svizzeri si sono arricchiti con Emix, la loro azienda, grazie ai soldi dei cittadini bavaresi?” chiede la Süddeutsche Zeitung incalzando la CSU.

E Berlino? Dopo aver difeso il proprio accordo con Emix e aver parlato di “qualità al di sopra della media”, nonché di “collaborazione rapida e professionale”, anche il ministro della salute Spahn si mette sulla difensiva. Ai taccuini di Spiegel Online ha giudicato “indecenti i margini di guadagno e i profitti intermedi” di molti tra coloro che all’epoca fornivano le mascherine. Questi ultimi si sono avventati sull’opportunità creatasi grazie alla situazione d’emergenza in cui versava la politica “come fossero dei cercatori d’oro”.

Queste parole non fanno riferimento in modo esplicito a Emix e ai due imprenditori svizzeri, che per quanto li riguarda non vedono nulla di male nel loro modo di agire. Ora però, dopo essersi riempiti le tasche, devono fare i conti con un bel po’ di domande.

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