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Asilo più duro: l'eredità di mister rifugiati

Keystone

Jean-Daniel Gerber dice addio all’Ufficio federale dei rifugiati (Ufr), ma non senza ricordare alla Svizzera che la politica d’asilo futura diventerà sempre più severa.

Questo contenuto è stato pubblicato il 16 gennaio 2004 - 20:39

Per l’Ufr, un 2003 soddisfacente. Tagli e coordinamento della politica d’asilo a livello europeo i problemi ancora da risolvere.

Jean-Daniel Gerber, che dal primo aprile assumerà la carica di direttore del Segretariato di stato dell’economia (seco), ha diretto venerdì a Berna la sua ultima conferenza annuale come capo dell’Ufficio federale dei rifugiati (Ufr).

Anche se se ne andrà fra poco, Gerber non arretra di fronte al compito di presentare all’opinione pubblica le sfide che la politica d’asilo svizzera dovrà affrontare nei prossimi anni.

Sotto il segno dei tagli

Per l’Ufr, il 2003 è stato un anno «soddisfacente», ma alle porte ci sono la messa in atto del programma di risparmi, la revisione parziale della legge sull'asilo e la lotta agli abusi in materia di asilo.

Grazie ad una serie di provvedimenti di razionalizzazione, l'Ufr è riuscito a comprimere le spese, facendole passare da circa 1,5 miliardi di franchi a meno di un miliardo. Il numero di persone che usufruiscono dell'asilo è tornato ai livelli del 1992 (circa 90’500 persone), dopo il picco registrato alla fine degli anni Novanta (oltre 130’000).

Entro il 2006 l'Ufr dovrà però risparmiare altri 137 milioni di franchi, ai quali si aggiungeranno probabilmente ulteriori tagli previsti da un secondo programma di austerità federale.

Le conseguenze? «A partire dal primo d’aprile avremo delle nuove direttive per le richieste d’asilo manifestamente infondate», spiega a swissinfo Jean-Daniel Gerber. In altre parole se le autorità decideranno la non entrata in materia di una domanda d’asilo, «l’assistenza sociale ai richiedenti sarà ridotta a zero, salvo in casi d’emergenza».

Meno spese per la Confederazione

Con le nuove disposizioni, toccherà alle autorità cantonali e comunali e non più all’Ufr pagare per i richiedenti l’asilo la cui domanda è stata respinta. Le spese però dovrebbero essere contenute.

Se non vogliono diventare "illegali", i richiedenti respinti dovrebbero lasciare la Svizzera al massimo cinque giorni dopo essere venuti a conoscenza della decisione delle autorità.

Chiese, comuni e associazioni umanitarie ritengono che non tutti i richiedenti l'asilo respinti potranno rientrare nel loro paese in un lasso di tempo così breve. I sans-papiers busserebbero alle loro porte e sarebbero a carico loro.

«La Confederazione mette a disposizione delle persone respinte 600 franchi», ribatte Boillat. «Questa cifra dovrebbe bastare per coprire le spese di rientro».

Discussi gli aspetti umanitari

Le organizzazioni non governative svizzere che si occupano di rifugiati non nascondono la loro preoccupazione per l’entrata in vigore delle nuove direttive. «C’è di positivo che la presa in esame delle domande è stata accelerata», dichiara a swissinfo Jürg Schertenleib, dell’Aiuto svizzero ai rifugiati. «Tuttavia così i richiedenti non hanno praticamente accesso ad una consulenza legale e per le domande respinte è più difficile inoltrare ricorso».

Anche in questo caso, l’Ufr respinge le accuse. Cinque giorni dovrebbero essere sufficienti per rivolgersi ad un ufficio pubblico o alle associazioni di assistenza. Misure severe sarebbero poi di vitale importanza. «Bisogna che abbiano un effetto dissuasivo», afferma Boillat, «bisogna che si sparga la voce che la Svizzera è un paese severo. Noi vogliamo ridurre il numero di richiedenti che scelgono il nostro paese solo per motivi economici, per avere accesso alle strutture sanitarie o peggio per spacciare droga».

Alla ricerca di una politica comunitaria

Per l'evoluzione dell'intero settore dell’asilo rivestono estrema importanza i negoziati tra Berna e Bruxelles sull'accordo di Dublino. Il testo è pronto per essere firmato, ma essendo legato a quello di Schengen, che è in fase di stallo a causa del segreto bancario, non può ancora essere sottoscritto.

Per Gerber, se non aderirà all'accordo di Dublino, «la Svizzera rischia di trasformarsi nella scialuppa di salvataggio per i richiedenti l'asilo respinti dagli altri stati europei». Ciò comporterà inevitabilmente un aumento delle richieste e quindi dei costi.

Incaricato di presentare l'intero dossier al neoeletto consigliere federale Christoph Blocher, capo del Dipartimento federale di giustizia e polizia, Gerber porrà l'accento sul fatto che «fare politica d'asilo è come camminare su una corda tesa tra le considerazioni umanitarie e l'applicazione stretta della legge. Se ci si sbilancia troppo da una parte bisognerà lasciare che sia la storia a giudicarci».

swissinfo e agenzie

Fatti e cifre

90’500 circa: le persone che usufruivano dell’asilo nel 2003 (stesso livello del 1992)
Oltre 130'000 persone alla fine degli anni Novanta (crisi del Kossovo)
920 milioni di franchi: il budget dell’Ufr (2000: 1,5 miliardi)
20'806 richieste nel 2003 (-20% rispetto al 2002)
Il 60% delle richieste è stato esaminato in meno di quattro mesi, 6000 richieste in meno di una settimana
14% dei richiedenti proviene dalla Serbia-Montenegro, 8% dalla Turchia, 7% dall’Iraq

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In breve

Jean-Daniel Gerber lascerà la guida dell’Ufficio federale dei rifugiati (Ufr) il primo aprile 2004 per assumere quella del Segretariato di stato dell’economia.

L’Ufr, che ha concluso con un bilancio positivo il 2003, dovrà in futuro fare i conti con ulteriori tagli del budget e valutare l’impatto delle nuove misure “antiabusi” volte a scoraggiare i richiedenti l’asilo che inoltrano richiesta per motivi non di natura umanitaria.

Dovrà inoltre trovare un accordo con l’Unione europea per evitare che le persone respinte da quest’ultima depositino automaticamente una domanda in Svizzera. Altro punto su cui continuare a lavorare sono gli accordi di rimpatrio con i paesi di provenienza dei richiedenti.

Diverse organizzazioni non governative criticano l’Ufr, in particolare per quanto riguarda lo stralcio delle prestazioni sociali ai richiedenti respinti e il poco tempo lasciato a quest’ultimi per ricorrere contro la decisione delle autorità.

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