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Armatore svizzero sotto accusa

Operai in un cantiere di demolizione. Greenpeace

Un delegazione di operai del Bangladesh e un gruppo di membri di Greenpeace hanno protestato martedì a Ginevra davanti alla sede della Mediterranean Shipping Company (MSC).

Questo contenuto è stato pubblicato il 10 giugno 2003 - 18:35

L'armatore svizzero è accusato di far demolire imbarcazioni contaminate dal loro carico.

Una delegazione di manifestanti, che ha incontrato i dirigenti della società, ha preteso che la MSC firmi una dichiarazione in cui si impegna in futuro a decontaminare tutte le imbarcazioni destinate alla demolizione.

700 battelli contaminati demoliti ogni anno

"Ogni anno 700 battelli contaminati sono smontati nei cantieri dell'Asia, in Cina, Bangladesh, Pakistan", ha detto a swissinfo Matthias Wüthrich, di Greenpeace Svizzera.

"La demolizione rappresenta un grave rischio per la salute dei lavoratori e causa un forte inquinamento dell'ambiente", ha aggiunto.

MSC, armatore svizzero, possiede circa 200 imbarcazioni, in buona parte destinate alla demolizione nel Bangladesh e in India.

Gravi rischi per la salute

Decine di lavoratori le smontano "praticamente a mano", operazione nel corso della quale, secondo Greenpeace, entrano in contatto con sostanze cancerogene e sono esposti a numerosi rischi.

L'organizzazione non governativa e gli operai coinvolti chiedono che le imbarcazioni destinate alla demolizione siano completamente decontaminate. Dal gennaio del 1999, MSC avrebbe fatto smontare 21 navi-cargo a Alang in India senza decontaminarle, secondo gli ecologisti.

MSC non nega del tutto il problema. "Siamo toccati dalle questioni sollevate da Greenpeace", ha dichiarato a swissinfo il direttore giuridico dell'armatore, Christian Severin. "Anche se la nostra compagnia non è fra le più esposte. Le nostri navi trasportano container. Sono più pericolose le petroliere e le navi-cisterna con un carico di prodotti chimici."

100'000 addetti alla demolizione

Il problema non riguarda in effetti solo la MSC, seconda azienda mondiale nel trasporto via mare di container. "In tutto il mondo ci sono circa 100'000 i lavoratori addetti alla demolizione", dice Matthias Wüthrich. "Hanno solo piccoli utensili, lavorano a piedi nudi e non hanno alcuna protezione."

Durante il loro lavoro sono esposti ad amianto, diossina, solventi, PCB, metalli pesanti, idrocarburi, prodotto che inquinano anche l'ambiente circostante. Numerose esplosioni e continui incidenti mettono in grave pericolo la vita degli operai.

Già lo scorso 30 maggio militanti di Greenpeace, per rendere nota la questione, hanno occupato a Anversa, in Belgio una nave-cargo della MSC, in mare da 31 anni. Da allora, l'imbarcazione è in secca.

Lacuna nel diritto internazionale

Il traffico di rifiuti tossici è regolato fin dal 1989 dalla Convenzione di Basilea, che ne vieta l'esportazione nei paesi del sud. La convenzione tace però sulla demolizione delle navi e questo permette agli armatori di aggirare il divieto.

Per Matthias Wütrich di Greenpeace è chiaro che "se una nave contiene tanti materiali pericolosi, si tratta di un'esportazione di rifiuti tossici verso paesi che non hanno standard di protezione paragonabili a quelli europei." Questo senza voler impedire a paesi come India e Bangladesh di riciclare parti ancora utilizzabili delle navi.

Da parte della MSC non si nasconde un certo fastidio per la campagna di Greenpeace. "Abbiamo fatto prova della nostra buona volontà nei confronti di Greenpeace", osserva Christian Severin. "Non accetteremo però di partecipare a negoziati sotto la pressione continua degli ecologisti. Attualmente la legge non ci obbliga a entrare in materia."

La compagnia pare intenzionata comunque a impegnarsi per iscritto a ispezionare tutte le proprie imbarcazioni, compresa quella occupata da Greenpeace ad Anversa.

swissinfo, Andrea Tognina

Fatti e cifre

Secondo Greenpeace, nel 2001 sarebbero state smantellate 264 navi in India, 80 nel Bangladesh, 75 in Cina, 22 in Pakistan e 6 in altri paesi.
Mancano dati sulla demolizione di navi in Turchia.

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