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La lotta per la parità di genere nei musei d'arte

"Una donna dev’essere nuda per essere messa in mostra negli spazi pubblici?"

Passeggiando tra i parchi e le strade di Zurigo, Hulda Zwingli si ferma per scattare fotografie che pubblica più tardi su Instagram. In questa, una persona ignota ha messo una mascherina sul volto di una scultura di una donna nuda. Hulda Zwingli

Da più di un anno, Hulda Zwingli, un collettivo di donne svizzere che operano nel mondo dell’arte, si occupa del tema della sottorappresentazione delle artiste sulla stampa locale, nei musei e soprattutto negli spazi pubblici di Zurigo. SWI swissinfo.ch ha incontrato alcune delle artiste che hanno dato vita a questo personaggio, per discutere delle sfide che si trovano ad affrontare e delle ragioni della loro lotta.

Questo contenuto è stato pubblicato il 02 settembre 2021 - 09:00

Nei musei svizzeri, come in quelli di tanti altri Paesi, le artiste si trovano ancora a lottare per ottenere una visibilità pari a quella dei colleghi uomini. Le prime statistiche sulla situazione nel settore sono state pubblicate nel 2019, grazie all’operato congiunto di SWI swissinfo.ch e della radiotelevisione svizzera RTS. In seguito, Pro Helvetia ha commissionato uno studio più approfondito, portato avanti dal Centro sugli studi di genere dell’Università di Basilea.

Secondo tale studio preliminare, “la palese sottorappresentazione e mancata visibilità delle donne nel settore culturale implica che la Svizzera sta perdendo notevole potenziale in termini di competenze e qualifiche, dal punto di vista sia artistico sia gestionale”. I ricercatori hanno quindi sollecitato la presentazione di questionari più approfonditi sui rapporti di genere nel panorama culturale svizzero, dal momento che, per intraprendere misure mirate, è innanzitutto necessario conoscere a fondo la situazione.

Risultati del sondaggio 2019 sulle artiste donne

  • 80 dei 125 musei d'arte che sono stati contattati per il sondaggio 2019 ci hanno fornito i dati per il periodo 2008-2018:
  • Solo il 26% delle mostre individuali erano dedicate ad artiste donne
  • Nelle mostre collettive la percentuale era del 31%
  • Nei sette musei più visitati la percentuale di mostre individuali di donne artiste variava dal 6% al 25%;
  • Solo 8 di 80 musei avevano in programma il 50% di mostre individuali di artiste donne.
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Nel frattempo, una rappresentazione più egalitaria delle artiste nel panorama culturale svizzero viene sollecitata da diverse parti. Una tra tutte: Hulda Zwingli, un collettivo di donne svizzere che operano nel mondo dell’arte, che ha deciso di dare voce alle proprie domande e denunce tramite un profilo Instagram con lo stesso nome. Hulda Zwingli si compone di una dozzina di donne attive nel mondo dell’arte, che preferiscono mantenere l’anonimato. SWI swissinfo.ch ha parlato con alcune di loro.

Il ritratto di Hulda Zwingli, originariamente un dipinto dell'artista svizzero Hans Asper sul quale il collettivo ha aggiunto degli occhiali viola. Hulda Zwingli

SWI swissinfo.ch: Come è nata Hulda Zwingli, e quando?

Hulda Zwingli: È stata swissinfo a darci l’impulso decisivo, perché ha dimostrato in cifre quello che, sotto sotto, sapevamo già da anni. Così, durante lo sciopero delle donne del 2019 abbiamo deciso di andare in giro per Zurigo a esaminare le opere presenti negli spazi pubblici. Abbiamo preparato dei cartelli con i nostri messaggi e documentato l’iniziativa tramite foto. Un anno più tardi abbiamo deciso di creare un profilo Instagram per raggiungere un pubblico più ampio.

SWI: Che significato ha lo pseudonimo che avete scelto?

H.Z.: Hulda era il nome di una collezionista d’arte svizzera, Hulda Zumsteg, e Ulrico Zwingli è stato il primo riformatore di Zurigo. L’unione dei due nomi quindi è intesa a ironizzare sulla vecchia mentalità conservatrice di Zurigo con un tocco tutto femminista. Volevamo dimostrare che veniamo da Zurigo, che siamo parte del potenziale pubblico e che critichiamo le azioni delle istituzioni finanziate con soldi pubblici dall’interno, non come gruppo attivista esterno. Quando le critiche arrivano da troppo lontano, è facile ignorarle.

SWI: Dopo due scioperi femminili di livello nazionale e un nuovo parlamento con una quantità di donne mai vista prima, perché per perorare la causa delle donne nel 2021 è ancora necessario l’anonimato?

H.Z.:  Il mondo dell’arte è inaspettatamente conservatore, oltre che assai ristretto, e ha molte aree di interdipendenza, per cui ci sono persone che svolgono svariati lavori in diversi campi per tirare avanti. Per questo non possiamo parlare liberamente; per questo anche le Guerrilla girls, analogo collettivo statunitense degli anni ’80, preferivano mantenere l’anonimato. Molte persone, in questo settore, fanno parte di giurie, comitati dei musei, organi di amministrazione. E, per poter sopravvivere, devono accettare la situazione per quella che è. Lottare a viso aperto è molto difficile in questo sistema. Secondo la nostra esperienza, si ha molto più potere con un account anonimo, perché nessuno sa davvero chi ci sia dietro.

SWI: La nostra ricerca si focalizzava sulla visibilità delle artiste nei musei, mentre uno dei vostri obiettivi specifici è l’arte negli spazi pubblici. Come mai?

H.Z.: Mentre un museo si può decidere se visitarlo o meno, in uno spazio pubblico si vede tutto ciò che ci si ritrova davanti, senza possibilità di scelta. E, se si va a verificare, si tratta perlopiù di opere di artisti uomini.

SWI: Nel 2020, Il Baltimore Museum of Art ha acquisito solo opere fatte da donne, arrivando persino a vendere pezzi di artisti uomini per aumentare il proprio budget. Che ne pensate di questa iniziativa, sarebbe possibile fare lo stesso anche nei musei svizzeri?

H.Z.: È una mossa radicale ma parecchio audace, che potrebbe funzionare anche in Svizzera. Credo che, se un museo ha tre Picasso molto simili, possa anche venderne uno. È una decisione che spetta agli storici dell’arte che hanno familiarità con l’argomento. Noi, come Hulda, non possiamo decidere per loro. Ci limitiamo a criticare le attuali prassi di acquisizione e i programmi delle mostre. Quello che ogni museo fa delle proprie collezioni è un discorso politico ben più ampio.

SWI: Il binarismo tra uomini e donne non è un concetto ormai obsoleto nel 2021, quando si parla tanto delle diverse identità di genere?

H.Z.: Non ci sono dati riguardanti la situazione degli artisti non binari. Pro Helvetia comincia solo adesso, nel 2021, a chiedersi se domandare alla gente a che genere sente di appartenere. È ancora una novità assoluta. Ma dove c’è un 75% o 95% di uomini bianchi (a seconda dell’ambito) lo squilibrio è evidente e può essere sanato. Hulda rispetta il dibattito sulla diversità, ma deve fare appello a dati certi, incontrovertibili. Al momento, quindi, si occupa soprattutto di criticare l’85% di uomini bianchi che costituisce la maggioranza da un punto di vista femminista.

Una delle artiste parte del collettivo Hulda Zwingli in posa su un piedistallo a Zurigo. Hulda Zwingli

SWI: Cosa ne pensate di un museo tutto al femminile come il Muzeum Susch o di un programma incentrato sulle artiste donne, come quello del Musée des Beaux-arts di Le Locle nel 2019?

H.Z.: L’argomento è stato oggetto di accese discussioni fin dagli anni ’70. Hulda ha concluso che, per un certo periodo, è giusto concedere certi privilegi alle donne e ai gruppi sottorappresentati, al fine di migliorare il sistema, almeno per un tempo limitato. Dopodiché, se il problema sarà risolto, discussioni come questa non saranno più necessarie. Progetti come la FAtart FairLink esterno [una fiera dell’arte svizzera dedicata esclusivamente alle opere di donne, lesbiche, transgender, intersex e individui non binari] sono estremamente importanti.

SWI: Più in generale, vi sembra che negli ultimi anni la situazione in Svizzera sia cambiata, che ci siano differenze nel modo in cui l’argomento viene affrontato nelle diverse regioni linguistiche?

H.Z.: La situazione nel Kunstmuseum di Basilea è cambiata molto, e così anche a Berna. Tanti musei si stanno davvero impegnando in questo senso. Non il Kunsthaus di Zurigo, però, che riceve la maggior parte dei fondi. Tuttavia, ci sono anche aree in cui Hulda non ha idea di come vadano le cose: per esempio, quanti dei finanziamenti destinati ai progetti di sviluppo su larga scala vengono investiti nelle opere di artiste donne; quanto siano rappresentate nelle collezioni artistiche. Le collezioni universitarie, per dirne una, presentano un forte squilibrio. La situazione nel canton Ticino non sembra essere migliorata molto, ma è difficile a dirsi senza dati più precisi.

SWI: Cosa si potrebbe fare per aumentare la visibilità delle artiste donne?

H.Z.: Per esempio, alternare le opere esposte negli spazi pubblici, a rotazione. Acquistare più opere di artiste donne e concedere loro più spazio nelle mostre temporanee, che al momento sono dedicate al 75% agli uomini. Inoltre, ci vorrebbe più trasparenza sulle sponsorizzazioni da parte delle istituzioni e sui lavori che gli addetti al settore svolgono oltre a quanto previsto dai loro contratti con musei e fondazioni. Una maggiore trasparenza in questo senso cambierebbe molte cose. Magari si potrebbero addirittura introdurre dei contratti standardizzati, e di certo bisognerebbe modificare le quote esistenti nelle istituzioni. Inoltre, penso che sarebbe bene stabilire delle condizioni per lo stanziamento dei fondi pubblici: al momento, un sacco di soldi pubblici vengono investiti nell’arte senza alcuna condizione. E senza condizioni, i beneficiari dei fondi possono seguire il mercato, oppure optare per la soluzione più redditizia.

SWI: A un anno dal lancio del vostro account Instagram, cosa ne pensate, siete soddisfatte del risultato delle vostre azioni?

H.Z.: Oh, sì, siamo molto felici perché abbiamo ottenuto moltissime interazioni, molta pubblicità, grazie al nostro profilo Instagram. È come partecipare a un dibattito o a un salotto. Ci è stato chiesto di esporre il materiale che abbiamo raccolto tramite il nostro account in tre mostre: due a Zurigo e una che si terrà a Schaffhausen. Siamo state nominate nel programma culturale di Zurigo “Züritipp”, intervistate per la “Radical Art Review” della rivista d’arte “Ensuite” e ci è persino stato chiesto di partecipare a un documentario internazionale. C’è tanta gente che ci invia suggerimenti. Ma non possiamo ancora quantificare i risultati. Il dibattito è acceso, ma il sistema è molto lento.

SWI: Di recente, Ann Demeester è stata nominata direttrice del Kunsthaus di Zurigo. Che ne pensate di questa nomina al femminile?

H.Z.: Hulda è molto ottimista! Ann Demeester ha tenuto diverse mostre sul tema dell’uguaglianza di genere. Inoltre, sembra avere idee innovative e una grande passione per quello che fa. Non siamo in grado di prevedere se riuscirà a mantenere la propria indipendenza all’interno del sistema di un grosso museo semi-privato e vincolato da interdipendenze finanziarie. Inoltre, i contratti stipulati con collezioni private a prevalenza maschile hanno una durata di vent’anni e non sono pubblici. Pertanto, è difficile dire quanto sarà libera di provare a riequilibrare il sistema. La collezione del Kunsthaus al momento contiene un 5% di opere di artiste donne.* Modificare questa percentuale sarà una vera sfida.

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