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«L'impunità ai potenti non è più garantita»

Carla Del Ponte: una vita in prima linea Keystone

Carla Del Ponte è stata premiata in Italia per il suo impegno nella difesa dei diritti umani. L'ambasciatrice ha affermato che il silenzio impostole da Berna sul suo libro continua a pesarle, e ha annunciato per la prima volta pubblicamente che nel 2010 lascerà la diplomazia.

Questo contenuto è stato pubblicato il 24 maggio 2009 - 16:34

Tutti in piedi, tutti ad applaudire, adulti e ragazzi. Tanti ragazzi delle scuole liceali e professionali, che riempiono la bella «Sala de Quattrocento», nel centro storico di Orvieto.

«Come magistrato ho spesso dovuto mettere da parte le emozioni, ma oggi non è possibile», dice loro Carla del Ponte, venuta dall'Argentina, dove è ambasciatrice svizzera, per ritirare uno dei più importanti riconoscimenti, il premio città di Orvieto per i diritti umani. Un premio che le è stato assegnato per il suo lavoro quale ex procuratore capo del Tribunale penale Internazionale sul Ruanda e l'ex Jugoslavia.

«Premiata – ci dice Gaetano Silvestri, giudice della Corte costituzionale italiana e membro emerito della giuria – perché i diritti fondamentali nel mondo si tutelano anche con l'azione giuridica nei confronti dei responsabili politici responsabili di delitti atroci, e la Del Ponte, giudice scomodo, si è spesa fino in fondo per raggiungere questo obiettivo».

Un riconoscimento anche a nome delle vittime

«Diciamo grazie a questa donna – aggiunge Clelia Piperno, leggendo la motivazione ufficiale –, anche a nome di chi non c'è più, cioè di tutte le migliaia di donne, bambini, uomini uccisi in Africa e nei Balcani».

Indirettamente, anche Carla del Ponte ricorda le vittime del genocidio ruandese e delle guerre balcaniche, e lo fa ripercorrendo le tappe del suo lavoro di procuratore all'ONU.

Racconta dell'iniziale scetticismo di molti, «quando ben pochi rappresentanti del Consiglio di scurezza credevano possibile colpire i colpevoli»; delle difficoltà di arrestare gli accusati eccellenti, «spesso protetti e nascosti nei paesi in cui molti li consideravano degli eroi»; e delle tante fosse comuni da riaprire, «con i nostri esperti che dopo tre settimane dovevano smettere, perché per loro era anche emotivamente impossibile continuare».

Ne è valsa la pena

Carla del Ponte stila un bilancio positivo della sua attività «161 alti responsabili politici e militari sono stati arrestati, e spesso condannati; 45 sono in attesa di giudizio; due ancora sono latitanti» (e ricorda Mladic, il generale serbo accusato di crimini di guerra in Bosnia).

«L'impunità che da sempre era garantita ai potenti ora non è più tale, non scontata», scandisce durante la lectio magistralis: «Abbiamo dimostrato che si tratta di una sfida immensa ma possibile, anche se siamo ancora molto lontani dalla definitiva sparizione di questi atti atroci».

Dalla sala le domande dei ragazzi. Qualcuno le chiede addirittura se non sia possibile che un Tribunale penale internazionale indaghi anche sui crimini di un lontano passato, per esempio sullo sterminio delle popolazioni indigene del Canada.

Un silenzio che pesa

La domanda più insidiosa per l'attuale ambasciatrice svizzera arriva da una docente: «Molti miei studenti vorrebbero che lei ci parlasse del suo libro» (La caccia. Io e i criminali di guerra, edizioni Feltrinelli).

Carla del Ponte sorride: «Così mi mettete davvero in imbarazzo». Spiega che ha scritto il libro col giornalista Chuck Sudetic prima di entrare in diplomazia, ma che da quel momento il ministero svizzero degli affari esteri le ha vietato di parlarne in pubblico per pubblicizzarlo: «Non che sia d'accordo – precisa –, ma devo ottemperare a quella decisione».

Un libro che ha suscitato interesse e polemiche, soprattutto per le accuse mosse da Carla del Ponte contro alcuni protagonisti delle guerre balcaniche, in particolare del Kosovo, di cui la Svizzera ha riconosciuto la dichiarazione di indipendenza.

Le chiedo quanto le pesi il divieto impostole da Berna: «Mi pesa, e anche molto – è la risposta –, anche perché non riesco a vederne l'utilità: ma, appunto, la rispetto». E la sua recente intervista a una televisione tedesca? «C'è stato un equivoco: avevo detto al giornalista che prima del nostro colloquio sul libro avrebbe dovuto chiedere l'autorizzazione al mio ministero. Comunque da Berna non ci sono state reazioni, quindi non l'hanno giudicato un episodio così grave».

Addio alla diplomazia nel 2010

L'anno prossimo tornerà tuttavia a essere libera di parlare del suo libro, confida Carla del Ponte, rispondendo alla domande. Questo significa che nel 2010 Carla del Ponte lascerà definitivamente anche la diplomazia?

«Proprio così, poiché scadrà il mio mandato di ambasciatrice in Argentina, e da quel momento mi dedicherò ad altro: conferenze, incontri dedicati al diritto internazionale, e poi giornate come queste sulla promozione dei diritti fondamentali». Si ha quasi l'impressione che «Carlina la peste», così l'hanno presentata anche gli organizzatori del convegno di Orvieto, non veda l'ora.

Per non dimenticare Falcone

Il 2009 coincide anche con il 17esimo anniversario della strage di Capaci, dove la mafia siciliana assassinò Giovanni Falcone e la moglie Francesca, insieme agli uomini della scorta. Giovanni Falcone, con cui l'ex procuratrice aveva a lungo collaborato, scampando anche alla tentata strage dell'Addaura nell'estate dell'89.

Carla del Ponte non ha avuto dubbi e ha deciso di destinare i 10 mila euro legati al premio dei diritti umani della città umbra all'Associazione che porta il nome del giudice assassinato.

«In questa giornata – spiega l'ex procuratrice – di solito sono a Palermo per commemorare Falcone, e dedicargli questo premio mi sembra la cosa più naturale; da anni ho intrapreso un'altra strada rispetto alla lotta contro la mafia, ma è importante che si continui a lottare, proprio come per i crimini internazionali, cominciando dal basso per poi risalire fino ai diretti responsabili».

Aldo Sofia, swissinfo.ch, Orvieto

CARLA DEL PONTE

Carla del Ponte, nata nel 1947, è originaria di Lugano. Dopo gli studi di diritto alle Università di Berna e di Ginevra, lavora come avvocato e magistrato nel Cantone Ticino.

Nel 1993, il governo svizzero la nomina procuratore generale della Confederazione.

Tre anni più tardi, il Consiglio di sicurezza dell'ONU le affida la carica di procuratore capo del Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia all'Aia.

Dal 2008, Carla Del Ponte è ambasciatrice svizzera in Argentina.

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IL PREMIO

Il Premio Internazionale per i Diritti Umani della Città di Orvieto è istituito e organizzato dal Comune di Orvieto sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e viene attributo, ogni anno, a soggetti ed organizzazioni che si sono distinti nella difesa dei diritti umani, per i quali il Premio è elemento di sostegno alla prosecuzione dell'opera.

Il vincitore, al momento della consegna del Premio che consiste nella somma di 10'000 euro, è tenuto ad indicare l'Organizzazione non governativa cui ritiene di destinare il fondo, specificandone l'utilizzo.

Lo scorso anno, il riconoscimento è stato assegnato alla giornalista tunisina Souhayr Belhassen.

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